Le Missioni di Peacekeeping in Medio Oriente

La connotazione geografica del Medio Oriente

Il concetto di “Oriente”, come anche quelli di “vicino”, “medio” o “estremo” sono stati formulati alla fine dell’Ottocento in Inghilterra, quando l’Europa dominava il mondo. Sono quindi locuzioni formulate con una connotazione ideologica molto forte, condizionata da una prospettiva euro-centrica. È infatti la cultura europea che si è assunta il ruolo storico di definire questa parte del mondo “occidentale”, come per metterla in una contrapposizione ideologica e valoriale con l’altra parte del mondo, quella “orientale”. Tuttavia, se ci si sofferma su queste due categorie, si percepisce come esse possano essere spesso ambigue: parliamo infatti di Oriente e di Occidente, ma precisamente, rispetto a cosa? Qual è il centro da prendere come riferimento? La realtà è che il centro non esiste, e tali concetti sono del tutto relativi. Basti pensare che per un abitante del Marocco, un cittadino italiano proviene dall’Oriente, in questo caso un “Vicino Oriente”.

Storicamente sono esistite due grandi classificazioni: il Vicino e il Medio Oriente. Per Vicino Oriente si intende quell’area geografica che ha come estensione orizzontale i territori compresi tra Egitto ed Iraq, e come estensione verticale quelli tra Turchia e Yemen. Con Medio Oriente invece si indica la stessa zona geografica del Vicino, ma con l’inclusione dell’Iran ad un estremo e dei territori ad Ovest dell’Egitto all’altro estremo. Tuttavia, per essere più precisi, potremmo dire che oggi, con la denominazione di Medio Oriente, si intende tutta l’area geopolitica cosiddetta MENA (Middle East and North Africa), che parte dal Marocco e arriva all’Iran.

Tutti i territori appartenenti al Medio Oriente hanno vissuto periodi storici complessi e conflittuali, che possono essere sintetizzati in tre fasi principali: 1) la fase coloniale: parte dalla prima colonizzazione africana in Algeria da parte della Francia nella metà dell’800; 2) la fase post-coloniale: coincide col periodo di decolonizzazione, ovvero quel processo che parte dopo la fine delle due guerre mondiali, quando l’Europa inizia a perdere il suo peso specifico nel mondo a favore di Stati Uniti e Unione Sovietica, nell’ottica del contesto di guerra fredda; 3) la fase contemporanea: corrisponde alle dinamiche di conflitto dei nostri giorni, ovvero delle contraddizioni del processo di colonizzazione che sono venute allo scoperto.

Una panoramica sulle missioni internazionali attive in Medio Oriente

Attualmente, il Medio Oriente vede la presenza di numerose missioni di peacekeeping attive, sia istituite dalle Nazioni Unite tramite Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sia di comandi multi-forze autonomi rispetto alle Nazioni Unite. Quelle istituite dall’ONU ed attive ancora oggi sono tre: UNDOF, UNTSO e UNIFIL II.

La prima, UNDOF, è la Forza di osservazione del disimpegno delle Nazioni Unite, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza nel 1974 con Risoluzione 350 per il mantenimento del “cessate il fuoco” tra Israele e Siria per la contesa delle alture del Golan. Il mandato comprende inoltre il monitoraggio del disimpegno delle truppe siriane ed israeliane nella zona di confine tra i due stati. Inoltre, la missione assiste e collabora nell’area con la Croce Rossa Internazionale, per facilitare l’assistenza alle popolazioni civili nella comunicazione e nel trasporto di beni e persone, ma anche per la diffusione di materiale informativo per rendere consapevoli i civili del rischio dei campi minati nella zona.

La seconda, UNTSO, è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Supervisione dell’Armistizio ed è la più antica missione di peacekeeping autorizzata dalle Nazioni Unite. UNTSO risale infatti al 1948, tramite la Risoluzione numero 50, col mandato di vigilare sul rispetto dei trattati di tregua stipulati nel 1949 separatamente tra Israele, Egitto, Giordania e Siria e sul rispetto del “cessate il fuoco” nella zona del canale di Suez e le alture del Golan in vigore dalla fine del conflitto arabo-israeliano nel giugno 1967. L’Italia ha contribuito attivamente alla missione dal 1958 fino al 2015, con 7 osservatori nazionali distribuiti negli Out Stations in Libano, Siria e Israele.

La terza ed ultima missione è UNIFIL, ovvero la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite, creata nel 1978 con la Risoluzione 425 a seguito dell’invasione del Libano da parte di Israele con la funzione di creare una fascia di sicurezza volta a tutelare i civili. Tuttavia, il mandato originale è stato modificato nel tempo. In particolare, un punto di svolta c’è stato nel 2006, quando gli scontri tra Libano ed Israele sono diventati tra i più cruenti di sempre. Con la Risoluzione 1701, il Consiglio di Sicurezza ha dato alla missione - da allora chiamata UNIFIL II - nuovi compiti, tra cui: il monitoraggio della cessazione di ostilità tra i due stati, il supporto alle LAF (Forze armate libanesi) e il supporto congiunto alle popolazioni civili tramite progetti cosiddetti CIMIC (Cooperazione civile-militare). Delle tre missioni al momento attive nell’area, la missione UNIFIL II è di importanza particolare perché, oltre ad essere considerata una tra le più riuscite missioni di peacekeeping a guida ONU, è anche attualmente sotto la guida italiana. L’Italia infatti partecipa sotto il nome di “Operazione Leonte” con un contributo nazionale massimo di 1100 militari, 298 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei. La guida della missione UNIFIL rappresenta un importante esperimento di intervento militare internazionale dell’Italia con un partner strategico nazionale come il Libano. L’Italia è presente sul territorio libanese già dal 1982, quando le nostre Forze Armate parteciparono nell’ambito di una missione multinazionale di peacekeeping col nome di “Multi-National Forces”, in cooperazione con soldati provenienti da Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Da allora, l’Italia è sempre stata presente militarmente nella regione, attraverso le missioni UNIFIL, UNTSO e poi UNIFIL II, caratterizzando il suo intervento da un modello di cosiddetto “wide peacekeeping” adottato dall’ONU e che sta alla base anche delle attività CIMIC della NATO. La strategia italiana in Libano punta dunque ad armonizzare ed integrare i vari strumenti di intervento, ovvero quello militare, civile e il civile-militare. In particolare, per quanto riguarda lo strumento civile, l’Italia è uno dei primi paesi donatori in Libano, ponendosi in primo piano nell’impegno per la cooperazione allo sviluppo nel Paese. Lo sforzo italiano in tal senso si è concentrato sullo sviluppo locale con il programma ART GOLD, realizzato insieme a UNDP, per mettere in collegamento i vari fondi provenienti da diversi canali di finanziamento ed intervenire in diversi settori, tra cui: ambiente, sviluppo economico locale, sistemi locali di sanità e sistemi locali di educazione e formazione. Il modello di gestione di questi programmi si è basato su un’ampia autonomia d’iniziativa dell’Unità tecnica locale dell’Ambasciata italiana a Beirut, che è diventata interlocutore diretto delle realtà presenti sul territorio, a partire dalle comunità coinvolte nei progetti.

Nell’ambito della cooperazione civile-militare, invece, l’Italia ha svolto un ruolo chiave per la creazione di un “Tavolo di confronto e coordinamento civile-militare italiano in Libano in materia di cooperazione”, con la partecipazione dell’Ambasciata d’Italia, la Cooperazione Italiana, le ONG italiane ed i Comandi dei contingenti militari italiani in UNIFIL a Naqoura e Tibnine. La prova del funzionamento di questa cooperazione è stata la riabilitazione dell’ospedale di Tibnine e la ristrutturazione della Scuola Elementare pubblica di Tiro.

Il modello italiano sperimentato in Libano ha di conseguenza tutte le potenzialità per essere applicato anche in altri scenari post-bellici, perché ha la capacità di coordinare i vari interventi, unificare le risorse, fornire assistenza tecnica richiesta, ma allo stesso tempo è capace di lasciare i processi decisionali nelle mani delle comunità locali, favorendo cooperazione ed affidabilità.