Quali speranze per il futuro del peacekeeping?

Tutti parlano di peacekeeping, ma pochi purtroppo ne sanno, anche perché chi si occupa di queste cose, in buona parte i militari, non sta a preoccuparsi di quello che si dice o si pensa che essi facciano. Tuttavia, non solo i militari si occupano di peacekeeping: oggi le operazioni di peacekeeping hanno un carattere diverso da quello che avevano nei primi tempi, perché se non è cambiato tanto il modo di fare la guerra è cambiato almeno il modo di fare le “litigate” e commettere nefandezze per le quali era stato istituito anche il tribunale internazionale.

Con una situazione strategica globale mutata, abbiamo tante di quelle guerricciole che nessuno chiama guerra e che in realtà guerra sono. Quando accade che la diatriba interna ad un paese per motivi religiosi, o economici, o di semplice banditismo produce un numero di morti esorbitante non si può parlare d’altro se non di guerra. Allora bisognerà affrontare queste situazioni con sistemi che purtroppo sanno di guerra; non si tratterà di guerra fine a sé stessa o di guerra di conquista, ma di operazioni militari, e non solo, per accompagnare le popolazioni sino a quando non sia raggiunta una pace stabile. Per fare una pace temporanea non ci vuole molto, è sufficiente che la forza sia usata in maniera perentoria da nazioni serie oneste e democratiche, che sappiano usare in modo appropriato le armi, che possono esser causa di gravi danni alla persona umana. Ma la pace che si ottiene solo con l’uso della forza non può durare molto.

Oggi il compito di portare la pace non è solo dei militari che studiano, si preparano e spendono la loro vita per imparare ad usare in modo corretto le armi. Non a caso si parla di operazioni di peacekeeping, implicando che la pace è già stata raggiunta mediante strumenti militari e diplomatici e che si provvede di conseguenza al mantenimento della stessa. Ai diplomatici però spetta anche, preventivamente, il compito di prevenire lo scoppio delle violenze, ma ahimè molto spesso non ci riescono e purtroppo abbiamo sotto gli occhi episodi di una gravità immensa. Questo è il momento del Medio Oriente, mentre sembrerebbe che il momento dei Balcani sia finito. Eppure, leggevo qualche giorno fa un articolo fortemente pessimista sul destino dei Balcani, che come sappiamo sono candidati ad entrare nell’Unione Europea.

Nelle operazioni di peacekeeping, generalmente, il comandante deve studiare il terreno, l’avversario, i tempi dell’operazione, la logistica, e infine l’assistenza alla società. Non si pensi che quest’ultima attività debba essere di appannaggio solo delle organizzazioni di civili, al contrario abbiamo visto cosa è successo di recente con i salvataggi in mare da parte delle ONG. Pertanto è importante che le forze militari si coordinino con le organizzazioni di civili al fine di sfruttare al meglio le capacità che queste hanno. Ci sono però altri due attori coinvolti nel dialogo con le forze militari nell’ambito delle operazioni di peacekeeping: la diplomazia è coinvolta per definizione, dovendo sempre ricercare il compromesso e la mediazione; poi, c’è l’università, anzi la scuola. Il popolo si prepara dalla scuola elementare. Noi abbiamo una riserva di intelligenze e di cultura nelle università e nella scuola che dobbiamo coltivare ed educare alla pace, perché si possano fare portatori di pace. Non ci dobbiamo poi dimenticare delle scuole militari, che sono in larga parte sconosciute e che pure hanno un ruolo importante nella formazione delle giovani leve.

In questo contesto, il ruolo delle forze armate è quello di difendere il proprio paese, e in secondo luogo di portare aiuto a chi ne ha bisogno, a coloro che vengono maltrattati dai loro stessi governanti, e infine, una volta realizzata la pace, le forze armate sono utili a garantirne la stabilità nel tempo. La Macedonia per esempio è ancora sotto tutela delle Nazioni Unite perché la situazione è molto migliorata, ma la popolazione ha bisogno di aiuto.

Personalmente, le mie prime esperienze nel settore della cooperazione e del peacekeeping sul territorio dei Balcani le ho vissute con AESI. Nei Balcani abbiamo realmente parlato con tutti: con il contadino, con i rettori dell’università, ma anche con il comandante militare. Lì ho potuto vedere e toccare con mano alcune questioni che solo marginalmente mi avevano toccato in passato. In particolar modo, mi è apparso evidente come le guerre non sorgono più soltanto per motivazioni economiche o politiche; la miccia può accendersi anche per ragioni etniche o religiose ed il peacekeeping in questi contesti è ancor più fondamentale. L’esperienza positiva nei Balcani di cui AESI è stata protagonista può essere certamente replicata e migliorata in altre zone calde del globo, purché tutti gli attori coinvolti si confrontino tra loro e si mettano gli uni alla scuola degli altri. Per esempio, dobbiamo riconoscere che anche il contingente italiano che andrà in Niger fa politica estera, perché prima di andare lì, ha dovuto verificare quali fossero gli attori in campo ed i rispettivi interessi, mi riferisco a Francia e Germania in particolare.

È importante dunque che si favorisca un continuo scambio tra forze militari, scuola e diplomazia così da integrarne le capacità e prendere il meglio da ognuno. Bisogna studiare e conoscere le reciproche peculiarità, diffondere una cultura della pace e favorire il dialogo finalizzato al mantenimento della pace in maniera duratura. L’AESI mira proprio a questo; ha già svolto un ottimo lavoro e sono certo che possiamo nutrire buone speranze per il futuro.