Il futuro del peacekeeping: la Security Force Assistance e l’eccellenza italiana

Per quanto concerne il tema di oggi, non ho particolari difficoltà a strutturare il mio discorso perché personalmente sono reduce da un’esperienza che lega diplomazia, forze militari ed università proprio in ambito di peacekeeping. A novembre 2017, ho infatti avuto il privilegio di poter partecipare come rappresentante dell’università LUISS Guido Carli al primo corso di orientamento alla Security Force Assistance, presso la Scuola di Fanteria dell’Esercito Italiano a Cesano.

Molto brevemente, le attività di Security Force Assistance - o SFA - non sono affatto nuove nella pratica militare ma lo sono in dottrina. La SFA è infatti la sintesi di un’evoluzione delle attività di stabilizzazione e ricostruzione del settore della sicurezza di una host nation, ovvero il paese che richiede aiuto. Queste attività rientrano nel nation building e nel defence capacity building e sono quindi volte sia alla prevenzione dei conflitti sia alla risoluzione degli stessi. Per fare tutto ciò, la dottrina SFA si basa sul cosiddetto comprehensive approach, ossia una sinergia tra tutti gli attori che operano nel teatro di crisi. Tra questi, sicuramente vi sono le forze armate e le forze di polizia, ma anche la diplomazia, le istituzioni, le organizzazioni internazionali, quelle non governative, e la società civile in generale. Qual è quindi l’obiettivo della SFA? L’obiettivo della SFA è quello di mettere le istituzioni legittime e le forze di sicurezza locali in condizione di garantire la sicurezza dell’area senza l’intervento internazionale.

Tralasciando gli aspetti di dottrina - che, in ogni caso, potete facilmente reperire sul web[1] - vorrei esortarvi a considerare l’importanza che il fattore umano ricopre in questo tipo di attività. Senza lo sviluppo di un rapporto di fiducia tra istruttore, mentore, supervisore e allievo - prima ancora delle capacità tecniche vere e proprie - questa attività è del tutto inefficace. Al contrario, la SFA è stata concepita proprio per evitare che gli eventi possano prendere una direzione critica e quindi spiacevole. Non è un caso che, il 25° Centro di Eccellenza della NATO sia focalizzato sulla Security Force Assistance, come non è un caso che questo Centro di Eccellenza sia situato nella Scuola di Fanteria a Cesano.

Noi italiani - e concludo il mio intervento - tra i nostri molteplici pregi e difetti, annoveriamo infatti quello di essere estremamente empatici. Nel bene e nel male. Quando si parla di attività SFA, questo non può che essere un bene. Al momento, gli americani hanno una brigata composta da circa 800 militari che si occupano solamente di SFA. Lo Stato Maggiore americano ha dichiarato di voler incrementare il numero delle brigate dedicate alla SFA da 1 a 6 con circa 500 soldati a brigata. Gli inglesi stanno facendo la stessa cosa. Noi, invece, abbiamo numeri notevolmente inferiori e non disponiamo di unità fisse perché operiamo su richiesta. Al momento, i nostri militari conducono attività di SFA in Libano, Afghanistan, Mali, Iraq, Somalia e stanno per iniziare in Niger. Questo significa che, con la decisone di costituire il Centro di Eccellenza per la Security Force Assistance in Italia, la NATO ha prediletto la qualità sulla quantità. Informazione che non fa notizia, ma che è qualcosa di cui dobbiamo andar fieri.

[1] http://www.esercito.difesa.it/en/organization/The-Chief-of-General-Staff-of-the-Army/Training-Specialization-and-Doctrine-Command/Infantry-School/Documents/Doctrine-SFA/AJP-3-16-A-Allied-Joint-Doctrine-for-Security-Force-Assistance-SFA-Ed-maggio2016.pdf