Promuovere la pace e la cultura nelle aree di crisi. L’esperienza di AESI in Bosnia

Prima che mi recassi in Bosnia nel quadro della collaborazione sancita da un accordo tra l’Università di Roma e le Forze Armate, avevo conoscenze indirette della tragedia balcanica. Questo era dovuto agli incarichi che avevo ricoperto nell’ambito della difesa e in secondo luogo tale conoscenza era stimolata da due avvenimenti in particolare. Era il ’91, l’anno della fine della guerra in Slovenia, a seguito degli accordi Brioni, nella lontana Sidney, incontrai due gruppi di iugoslavi; si capiva che erano tali per via di un copricapo particolare in uso da quelle parti. Entrambi interessati alla mia curiosità verso di loro mi spiegarono quale fosse il loro ruolo all’interno della base militare, ma cominciarono, un pochino, a “scornarsi” tra di loro. Mi dettero questa spiegazione, chiaramente di parte, però si auguravano che l’Italia operasse per portare la pace nel loro paese. Vi è poi un altro episodio, più complesso. Sempre all’estero, nel ’91, con personalità iugoslave che seguivano con trepidazione le vicende all’interno del loro paese, attendendo per capire come poteva andare a finire e di conseguenza come comportarsi. Le operazioni in Bosnia erano pressoché finite a quel tempo, e ad un certo momento, ritornato in Italia, ripreso servizio e dopo essere andato addirittura in pensione, mi imbattei nell’AESI.

Allora facemmo la prima uscita, tramite l’assistenza dei militari, e abbiamo incontrato il rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite e mi piacque, perché era un uomo che aveva l’aria di essere molto deciso in queste cose e anche tutto sommato abbastanza preparato. Non ricordo quale fosse il giudizio del nostro presidente, però mi sembra che abbia apprezzato molto quest’uomo, che aveva tante cose da fare. Si andava dalle targhe delle macchine, che non dovevano indicare in alcun modo che appartenessero ad un bosniaco, perché poteva essere oggetto di azioni violente, a problemi ricostruttivi e amministrativi della società civile. Mi piace ripetere quello che lui disse: “per il popolo dell’ex-Iugoslavia che fino a pochi anni fa poteva essere considerata un candidato per l’Unione Europea, più di un’intera generazione è stata persa. Circa 300.0000 uccisi tra militari e civili di varie appartenenze etniche e religiose di cui più di 8000 vittime della tristemente famosa strage di Srebrenica e di Zepa. Un milione di rifugiati, case e infrastrutture distrutte, la più intelligente gioventù lasciata alla disperazione, impoverendo le terre dove erano cresciuti e che si amavano.”

A questo quadro pero, faceva parte la constatazione anche mia che quel poco o tanto, dipende se si è pessimisti o ottimisti, che era stato fatto in 6 anni, trascorsi da Dayton, la comunità internazionale ha dimostrato che quando si ha coscienza e volontà di fare le cose si possono anche fare.

L’AESI fu tra le prime o forse la prima organizzazione che è riuscita attraverso queste convinzioni a portare un contributo culturale ai giovani, come voi. Abbiamo visitato tutte le università in Bosnia, qualcuna non si parlava neanche con l’altra. Dunque, partendo da qui, si è arrivati poi passo per passo a San Martino a Cimino, in cui ho potuto vedere rettori di mezzo mondo. Quando stavamo per andare via, il rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite, volle lasciarmi un foglio di carta su cui aveva scritto una riflessione: “il fatto che sei anni dopo gli accordi di Dayton stiamo ancora affrontando nazionalismi estremi che combattono la guerra con altri termini e il fatto che in Kossovo siamo stati capaci di far ritornare la maggior parte della popolazione ma non di far rinascere la fiducia, dimostra che il limite degli interventi internazionali ci sono ancora. La comunità internazionale può sopprimere i combattimenti, ricostruire le infrastrutture, ma solo lo stesso popolo delle nazioni in crisi e i loro leader possono costruire una pace sostenibile e quindi duratura”.

Ovviamente sono d’accordo con lui, e allora cosa bisogna fare? Bisogna lavorare sulla popolazione e sui leader. Ma come? Certamente diffondendo la cultura, però non solo quella che si studia nelle aule dell’università. Chiaramente bisogna aggiungere cultura anche andando nei posti dove serve, anche con qualche pericolo. Quindi la cosa può funzionare, posto che sul terreno si vada. Ed è quanto noi dall’AESI ci siamo sforzati di fare e tutt’oggi continuiamo a farlo nei territori dove ci sono cose che non vanno; ma ahimè io temo che ce ne saranno ancora altre.