Il peacekeeping italiano ed il ruolo formativo del CASD

Per illustrare quelle che sono le attività di formazione relative al peacekeeping che si svolgono al Centro Alti Studi per la Difesa, voglio citare un articolo pubblicato il 18 gennaio 2018 sul Corriere della Sera nella sezione “Buone Notizie”. Già il nome della rubrica ci rende orgogliosi del lavoro che il CASD sta conducendo da molti anni a questa parte.

“Palazzo Salviati è un sontuoso edificio rinascimentale affacciato sul Tevere. Un bel posto, con scaloni resi ancora più solenni da tappeti rossi e file di bandiere, biblioteche imponenti, volumi dalle rilegature importanti, aule attrezzate con tutto quel che offre la tecnologia. Eppure tutta questa bellezza accarezzata dal sole di Roma è collegata con un filo diretto alle tormentate colline del Sud del Libano, alle insidie della vallata scavata dal fiume Hari Rud attorno a Herat in Afghanistan, ai mai sopiti desideri di vendetta che rendono pesante l’aria del Kosovo. In quei luoghi eternamente difficili agiscono da anni e quotidianamente uomini e donne delle nostre forze armate impegnati nelle missioni internazionali di pace. E qui, alla sede del Centro Alti Studi per la Difesa, quell’arte molto italiana di muoversi con umanità creatività e delicatezza in situazioni potenzialmente esplosive viene insegnata come disciplina accademica. Non soltanto ai militari e non soltanto entro i nostri confini”.

Ad oggi possiamo affermare di non essere mai stati più lontani dall’impostazione del “soldato Rambo”: non siamo mai stati, né abbiamo mai dato ai nostri militari quel tipo di formazione. Tra le fila dell’esercito oggi si parla di “caporale strategico”, una figura importantissima, un individuo perfettamente calato nel tessuto sociale del paese in cui opera come peacekeeper; il caporale strategico si interfaccia con la popolazione locale, con la gente del posto e mostra un volto diverso delle forze armate.

Il Centro Alti Studi per la Difesa, in accordo con il Libro Bianco per la Difesa, ha dato grande slancio alle attività di peacekeeping di concerto con i nostri partners europei e tramite l’European Security and Defense Policy. Per questo posso affermare con orgoglio che il CASD è una realtà molto più “europea” di tante altre istituzioni.

Il CASD persegue l’obiettivo di essere un polo di riferimento nazionale ed europeo per le analisi in tema di peacekeeping. Il modello utilizzato è il modello italiano; è un modello consolidato, frutto di tanti anni di esperienza e di tutte le missioni internazionali in cui il nostro paese ha partecipato. È un modello che si è rivelato vincente perché è incentrato su modalità di intervento tese esclusivamente alla tutela delle popolazioni civili e delle loro identità storico-culturali. E in questo si sostanzia l’attività sottolineata nell’articolo citato in precedenza: lavorare ed entrare nel tessuto sociale del paese in cui si opera, con delicatezza e cercando di disinnescare situazioni che potrebbero essere critiche.

Cosa ha fatto, e cosa fa il Centro Alti Studi per la Difesa? Abbiamo realizzato dei seminari sulle attività di peacekeeping; il primo seminario, fatto nel 2016, era dedicato alla centralità dell’Italia e delle sue forze armate nell’ambito delle missioni internazionali per il mantenimento della pace. Il secondo workshop si è tenuto lo scorso anno a giugno ed è stato associato ad un corso sulle PKO (Peacekeeping Operations) per l’Unione Europea. Quest’anno a maggio si terrà il terzo workshop dedicato alla tutela delle identità culturali.

Sono attività di formazione destinate a personale civile e militare che proviene principalmente dagli stati membri ma anche, in una prospettiva più allargata, dai paesi del Mediterraneo. Probabilmente riusciremo a coinvolgere nei nostri seminari il direttore del Museo Nazionale del Bardo e i sovrintendenti di molti altri siti archeologici che hanno subito violenze a causa della guerra.

Sono temi molto importanti e attuali; ma uno dei caratteri principali e distintivi delle giornate di workshop è quello di far prevalere gli aspetti giuridici e del “comprehensive approach”: ovvero, guardare la concezione, l’organizzazione e la condotta delle operazioni militari in tutte le loro sfaccettature, nella loro forma più globale. Il comprehensive approach, l’approccio olistico, che è la base delle nostre attività, guarda al complesso delle operazioni, inquadrando in un’ottica generale tutte le fasi, da quella conflittuale a quella del post-conflict.

Cosa sta facendo il CASD nell’ambito del mandato istituzionale? Si è inteso sviluppare un’attività di approfondimento seminariale volta alla formazione dei quadri direttivi e dirigenziali, appartenenti non solo al Dicastero della Difesa ma anche alle molteplici istituzioni e agenzie coinvolte. Sono attività approfondite e trattate in collaborazione con MAECI e da tale collaborazione è nato un tavolo tecnico di grande rilevanza. Si è partiti dall’organizzazione di un concept, abbiamo definito l’attività come un momento di incontro istituzionale, multidisciplinare e interagenzia e abbiamo creato un tavolo a cosiddetta geometria variabile, in cui gli interlocutori variano al variare dello scenario di crisi che si vuole analizzare.

Il CASD diventa, quindi, un luogo dove confrontare e conoscere le procedure e dove sviluppare studi specifici su tematiche inerenti al peacekeeping. Tutto questo è realizzato al fine di individuare un approccio integrato alle complesse fasi del processo di creazione e di mantenimento della pace e di stabilizzazione delle aree di crisi. Questo approccio si traduce in elementi di aggiornamento nell’alta formazione e in guide integrate sul piano della policy da attuare.

Abbiamo istituito un nuovo corso per la figura di “consigliere giuridico nelle forze armate”, destinato al personale direttivo civile e militare dell’amministrazione della difesa.

Uno dei principali obiettivi attualmente perseguiti dal Ministero della Difesa, tramite il già ricordato Libro Bianco, è quello di rendere questo centro un luogo di confronto e un punto di riferimento internazionale. Il Centro Alti Studi per la Difesa è uno strumento del sistema paese, vanta collaborazioni con molte università nell’ambito di uno stretto legame tra mondo della diplomazia, mondo universitario e mondo delle forze armate.

Insieme questi tre elementi, l’università, la diplomazia e le forze armate, possono essere la carta vincente per il futuro del nostro peacekeeping.