Come prepararsi ad affrontare e a risolvere le situazioni di crisi?

È evidente che ci troviamo in un contesto geopolitico di grave difficoltà. E allora come possiamo preparaci ad affrontare e a risolvere situazioni di crisi? In situazioni difficili non è semplice venirne a capo, basti pensare come abbiamo reagito e cosa abbiamo fatto quando ci siamo trovati davanti alla crisi in Kosovo e prima ancora in Bosnia. Cosa abbiamo pensato? A cosa ci siamo affidati per capire se un’operazione fosse giusta o meno? Se fosse stato bene farla o rinviarla?

È evidente che vi sia un elemento di “trial and error” che è bene limitare al massimo perché potrebbe essere molto rischioso. In situazioni di crisi geopolitica di tali dimensioni, inizialmente siamo influenzati dalle nostre letture, dalla nostra cultura, dalla nostra visione storica dei problemi. Questo è un atteggiamento che in genere risulta sbagliato o almeno impreciso, ma è nella nostra natura.

Seguendo questa prospettiva, ad esempio nella crisi in Kosovo l’Italia non avrebbe dovuto allearsi con l’Albania, bensì con la Serbia. E in realtà a quel tempo ci siamo interrogati sul da farsi: stiamo facendo un’operazione militare sensata contro un paese che tradizionalmente era favorevole ai nostri interessi, malgrado negli anni recenti fosse diventato un grande violatore di diritti umani? A questo punto si sono aperte davanti a noi domande molto complesse. Se per 150 anni in Italia abbiamo pensato che i serbi fossero nostri alleati, i croati potenziali nemici e gli albanesi degli “scocciatori”, una ragione supportata dalla tradizione ci deve essere.

Allora questa impostazione storico-culturale non basta più: bisogna guardare il problema in una prospettiva più ampia, analizzare i fatti più nel dettaglio, chiedersi chi è alleato di chi e domandarci se davvero conviene rimanere estranei alla campagna aerea della NATO. In realtà bisogna ricordare che se in quell’operazione l’Italia non avesse partecipato all’operazione, alla NATO sarebbero mancati più della metà degli aerei impiegati, che, per l’appunto, sono stati forniti dal nostro paese. A quel tempo andava di moda l’espressione della “strategia di difesa avanzata della NATO”. Cosa significa? Significa che attacchi; è una difesa fatta attaccando: l’obiettivo è difensivo, forse, ma la strategia è assolutamente offensiva.

Ci siamo domandati se la crisi dei Balcani avrebbe cambiato i criteri della politica tradizionale in quelle regioni e se avessimo dovuto prepararci a un totale rovesciamento delle alleanze e dei rapporti. Tornando alla domanda iniziale, ovvero come venire a capo di situazioni di crisi così complesse, il mio consiglio è di non dimenticarci degli aspetti più semplici e concreti; prima di viaggiare per terreni complessi di “megapolitica”, dobbiamo assicurarci le cose di base: queste regioni hanno a disposizione cibo e acqua sufficienti? Vi è uno standard accettabile di tutela dei diritti umani? Vi sono i mezzi necessari per far fronte a epidemie e malattie? Se siamo in grado di rispondere a queste istanze di base, a mio avviso siamo già a metà dell’opera.

Non possiamo pretendere di inventare ex novo mondi diversi. L’esperienza del Kosovo ce lo insegna: la creazione di uno stato del Kosovo non ha funzionato bene, è stato un vero disastro. Tanto è vero che siamo costretti a mantenere la nostra presenza in quelle zone di crisi. Ad oggi comunque la situazione sembra essere migliore rispetto alle condizioni sotto i serbi, e probabilmente riusciremo a evitare che adesso le minoranze serbe vengano massacrate. Ma, nonostante questi piccoli segnali di speranza, non c’è nulla che faccia pensare di essere di fronte alla nascita di uno stato.

Nel nostro curriculum scolastico, come ad esempio anche quello tedesco, è preminente l’esaltazione della nascita della nazione: il periodo del Risorgimento e le guerre d’indipendenza. Allo stesso modo moltissimi altri paesi, presentano tutti questo leitmotiv della nascita della nazione. In tutti noi è rimasta questa ambizione, più o meno confessata di ricreare quel periodo di creazione dello stato: non è stato possibile in Italia? Facciamolo almeno in Kosovo. C’è questa grande tentazione, che naturalmente comporta ulteriori tensioni.

Un altro esempio è lo psicodramma della Macedonia, la quale oltre a non avere un nome non ha neanche una chiara identità etnica: da un lato vi è un 30-35% della popolazione che ha origine e lingua albanesi, e dall’altro una quantità più o meno analoga che ha origini e lingua serbe e che si trova attualmente al potere. Sono due comunità più o meno dello stesso peso a cui, però, si aggiungono una molteplicità di altre piccole comunità. Se ciascuno di noi continua a portare avanti il proprio sogno di costruire una nazione ognuno per conto suo non si va da nessuna parte. Nel caso di specie dovremmo creare due Macedonie, una non basta più. Ma dovremmo anche spiegare ai greci che non solo dovrebbero rinunciare a opporsi al nome macedonia, ma anche che invece di una se ne trovano davanti due; e non è il caso di aprire scenari di crisi anche con la Grecia.

Ed ecco che abbiamo questa situazione di grande debolezza e incertezza.

In questi scenari di crisi diventa importante prendere coscienza della difficoltà di comprendere tutte le sfumature delle situazioni in cui si va ad operare e del carattere umano dei soggetti che sono attori di queste crisi: la follia e la testardaggine degli uomini e l’incapacità di adottare scelte in situazione complesse sono tratti caratteristici dell’animo umano che non possono essere sottovalutati. Se c’è una decisone assurda da non prendere, molto probabilmente verrà presa. E di questo bisogna essere consapevoli. È, però, possibile risolvere questi scenari di crisi, anche se uscirne richiede una fatica almeno dieci volte maggiore rispetto a quella sostenuta per entrarvi.