Della diplomazia o prosecuzione e compimento della guerra con altri mezzi

È veramente un piacere essere qui oggi. Vi ringrazio per avermi invitato perché anche io sento il bisogno di vederci, di parlare, di non ragionare per compartimenti stagni, come spesso purtroppo capita. Dobbiamo ricordarci che serviamo un unico interesse, siamo tutti servitori dello Stato; noi diplomatici rappresentiamo la Repubblica tutta, non un’amministrazione o un governo: gli ambasciatori ricevono le loro lettere credenziali dal presidente della Repubblica, non dal presidente del consiglio, né tantomeno dal ministro degli esteri. A mio avviso è molto importante ricordare questo aspetto al fine di sottolineare l’unitarietà dello sforzo. Oggi stiamo parlando della interazione tra diversi strumenti, ma tutti rispondono ad esigenze di politica estera. La politica estera è fatta dai politici – perché cosi deve essere in un paese democratico – e poi ci sono diversi strumenti: uno è rappresentato dalle Forze Armate, l’altro è la diplomazia. Ci sono poi altri strumenti, che in un’ottica di sistema paese sono fondamentali, e sono il mondo accademico, dove si fa pensiero e si formano le classi dirigenti, e il mondo imprenditoriale. Insieme possiamo fare moltissimo; divisi ben poco. Da questo punto di vista sono illuminanti le parole con cui il gen. Federici ha concluso; effettivamente, si va lontano se si va insieme. Questo è vero tanto per un paese, tanto per la comunità internazionale nel suo complesso.

Il Gen. Graziano, recentemente, parlando al NATO Defense College, ha sottolineato che attualmente nessun paese può agire da solo di fronte alle minacce complesse con cui ci dobbiamo confrontare e ha avuto a dire: “un paese singolo può fronteggiare una minaccia globale solo essendo parte di uno sforzo sinergico e multinazionale in coordinamento e sotto la guida delle organizzazioni internazionali”. Veniamo così al punto di cui discutiamo oggi: si deve agire all’interno di contesti internazionale e con sinergia di strumenti diversi, anche determinata dal continuum temporale dell’azione di questi strumenti. Si tratta di ciò che già Clausewitz descriveva parlando della guerra non solo come atto politico ma come una continuazione della politica con altri mezzi. La diplomazia in tal senso è una prosecuzione della guerra o un componimento della guerra – e arriviamo così al concetto di peacekeeping – con altri mezzi.

C’è un episodio esplicativo in tal senso, non so se sia vero o meno, accaduto all’inizio della fase guerreggiata della crisi del Kosovo. Nel passaggio dall’azione principale di un’organizzazione internazionale, che era la missione sul campo dell’OSCE, alla fase militare con una missione NATO, pare che il responsabile della missione OSCE abbia detto al generale Wesley Clark che comandava la missione militare: “is up to you now Wes”.

In questo contesto, vorrei raccontarvi alcune mie esperienze personali. Io ho trascorso un periodo importante per me a New York presso la Rappresentanza delle Nazioni Unite, a cavallo tra gli anni ‘90 e il 2000, momento in cui era forte la crisi in Bosnia seguito poi dall’esplodere della crisi in Kosovo. Ricordo la fase di guerra, ricordo quanto fosse difficile incontrare i colleghi iugoslavi, e ricordo quando, insieme ad altri colleghi, abbiamo redatto la risoluzione 1244, che ha dato vita alla forza multinazionale che ancora oggi esiste, KFOR, una missione non delle nazioni unite, ma autorizzata dal Consiglio di Sicurezza. Se possiamo dire che l’Italia è stata tra i negoziatori di quella risoluzione è perché noi eravamo e siamo in un gruppo di contatto per i Balcani.

Qui vorrei introdurvi un tema, quello dei gruppi ristretti, cioè consessi informali che si rivelano decisivi per il coordinamento tra alcuni attori principali nella comunità internazionale. Noi purtroppo non siamo membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, ma talvolta riusciamo ad entrare in questi gruppi. Ne avremmo pienamente il diritto quando si tratta di aree vicine, ma non è così scontato. Nel caso dei Balcani c’è stato un buon gioco di squadra tra la politica, le forze armate e la diplomazia. Holbrooke, che ho visto in azione come Rappresentante Permanente americano, ci teneva a metà. Il nostro ministro era Susanna Agnelli e, come racconta il libro stesso di Holbrooke, il ministro Agnelli cercò di difendere il nostro interesse nazionale. Gli americani avevano bisogno delle basi in Italia per usare i loro aerei nei Balcani ed allora il Ministro chiese che l’Italia fosse coinvolta anche nell’ambito delle decisioni politiche. Solo a questo punto siamo entrati permanentemente nel Gruppo di Contatto, e anche quando non eravamo nel Consiglio di Sicurezza siamo stati parte del Gruppo di Contatto alla pari dei francesi, dei britannici o dei tedeschi, mentre invece ci transitavano solo temporaneamente altri paesi come la Norvegia, il Canada e la Spagna. Quella esperienza mi ha insegnato quanto sia fondamentale avere delle forze sul campo: potevamo parlare in quanto avevamo una responsabilità importante, ma anche perché abbiamo portato idee innovative. Abbiamo dimostrato la capacità di fare missioni militari con un gusto e una capacità italiana tutta particolare, facendo per esempio le pattuglie nei mercati o affiancando all’esercito la forza dei Carabinieri. Allora nasceva nei Balcani l’esperienza delle MSU, le unità specializzate e multinazionali, ed i diplomatici e politici americani ci chiedevano sempre più carabinieri e indicavano quell’esperienza come un esempio.

In quegli anni io ho vissuto un episodio che per me è stato cruciale. Ero a New York l’11 settembre 2001. Ho visto con i miei occhi le Torri Gemelle che fumavano. Io, come civile, mi sono sentito personalmente attaccato e tutti noi, quel giorno, siamo stati attaccati come Occidente. In quel momento, bisognava fare delle scelte di campo, e in quell’occasione si rendeva necessaria una profonda riflessione sul tema dell’identità, cui il prof. Caneva ha accennato. Nel suo intervento il generale raccontava come ci fosse, in fondo, in Libano una buona convivenza tra religioni diverse. Io stesso l’ho constatato durante e dopo l’esperienza in Israele: gli auguri di buon Natale mi vengono regolarmente rivolti da amici ebrei e musulmani, mentre dai cristiani, che sono a New York o in Italia, arrivano solo cartoline di buone feste ma non di buon Natale. Quindi è chiaro che c’è un problema di identità.

Sono tornato a Roma, alla Presidenza del Consiglio, negli anni della guerra in Iraq. Abbiamo dato il nostro contributo nella fase post-conflitto e abbiamo pagato un prezzo pesante, non possiamo certo dimenticare la strage di Nassirya del 12 novembre 2003. Nella tragedia l’Italia seppe esprimere una grande reazione di unità nazionale. Da Roma sono ripartito come Console Generale a New York per un anno, e poi sono partito come Inviato Speciale per Afghanistan e Pakistan. Era il periodo di maggiore presenza militare italiana in Afghanistan, con circa 4500 uomini. Ancora una volta, l’Italia ha avuto un ruolo forte politicamente e diplomaticamente perché aveva una presenza militare forte, e in quella presenza militare ci sono i consiglieri politici, così come noi abbiamo, nelle ambasciate, i consiglieri militari e gli addetti alla difesa. Ricordo come in quell’anno portammo su un aereo militare un’enorme opera d’arte contemporanea di un artista italiano – Giuseppe Penone – a Kabul, un segno di normalità in una situazione che di normalità non aveva nulla, ed un segno forse di italianità. Senza il C130 delle Forze Armate quella enorme scultura non sarebbe arrivata a Kabul.

Vengo infine all’esperienza più recente in Israele. All’interno di Israele non ci sono missioni internazionali. Intorno ce ne sono diverse di carattere differente tra loro. Alcune le vedevo da dirimpettaio. La principale è sicuramente UNIFIL, rispetto alla quale mi pare che gli israeliani abbiano un atteggiamento duplice, che tuttavia trova una sua conciliazione. Pubblicamente sottolineano la preoccupazione per le minacce che potrebbero venire da nord, che sono le più gravi e pesanti dal punto di vista quantitativo, rispetto alla situazione di Gaza, che ha crisi ricorrenti ma una limitata capacità di minaccia. L’ultima guerra di Gaza è stata lunga per i canoni locali, circa 50 giorni – infatti in teatri molto piccoli le guerre si risolvono in tempi più brevi – e da lì sono arrivati circa 10mila missili, mentre gli israeliani affermano che in Libano vi siano circa 100 mila, o addirittura 150 mila, razzi e missili molto più sofisticati puntati su Israele. Pertanto, gli israeliani sostengono che questa missione delle Nazioni Unite, nel contesto di uno scetticismo generale nei confronti delle Nazioni Unite – da cui peraltro giungono anche delle critiche nei confronti di Israele- non funziona. Però poi, allo stesso tempo, ci dicono che UNIFIL è importantissima e che gli italiani sono insostituibili e preziosi, e bravissimi sono i comandanti di UNIFIL, quelli del nostro settore Ovest, come il generale Federici, e poi il generale Graziano e nei tempi in cui sono stato io, il generale Serra o il generale Portolano; gli israeliani avrebbero voluto sempre avere comandanti italiani. Quindi, evidentemente, UNIFIL è servita, perché è un dato di fatto che da dodici anni in quel confine non si fa guerra; c’è sì tensione, ma le parti giocano il proprio ruolo e riescono a fare marcia indietro quando necessario. Si tratta dunque di un’azione importante dell’Italia che prosegue anche a Roma. Proprio pochi giorni fa c’è stata una conferenza alla Farnesina per rafforzare le forze armate libanesi con la partecipazione numerosa di tutti i paesi interessati.

Vengo infine a un ultimo punto di attualità. Cosa ci riserva il futuro? La cyber-sicurezza. Nel vertice di Varsavia del 2016 la NATO ha stabilito che esiste un quinto dominio di difesa, ovvero la cybersecurity. Si stanno costituendo dei comandi interforze. È un terreno tipicamente orizzontale in cui l’ambito diplomatico sta trovando una sua direzione, ispirandosi in parte all’esperienza del disarmo, ed in cui anche l’ambito accademico è cruciale, perché occorre capire di cosa stiamo parlando – e per me francamente non è facile, così come l’ambito imprenditoriale. Ci sarà un peacekeeping cyber? Probabilmente tra qualche anno ci troveremo a parlare sempre più di questo.