Cosa fanno le Forze Armate per costruire la pace? L’esempio di UNIFIL

Grazie innanzitutto per questa opportunità, grazie al professor Caneva che ha voluto ricordarsi ancora una volta di me e io voglio dire che vengo veramente con grande piacere a questi appuntamenti. Lo ringrazio principalmente per due ragioni. La prima è perché tutto ciò mi dà, in qualche modo, l’opportunità di testimoniare, sulla base dell’esperienza personale, cosa le forze armate fanno per la pace. E non lo fanno da sole, lo fanno in un contesto articolato che vede militari, civili, donne, uomini, bambini, estremisti, persone equilibrate, pensatori collaborare in un modo estremamente complesso. La seconda ragione è il poter parlare ad un uditorio che è il futuro, come è già stato ricordato. Certamente molti di voi raggiungeranno anche posizioni importanti nelle organizzazioni del globo, come diceva il generale Camporini, ma non è tanto importante la posizione che qualcuno potrà ricoprire in futuro quanto la possibilità di influenzare con il pensiero, con le idee, con i messaggi che ognuno di voi avrà modo di portare. E il mondo accademico è il motore principale, in questo senso, per influenzare. Quindi ringrazio ancora il professor Caneva per queste opportunità.

Io certamente parlerò dell’esperienza come comandante di una brigata in Libano, in un contesto estremamente multinazionale, e vorrei darvi l’idea di come le componenti che abbiamo citato (quella militare, quella diplomatica e quella del mondo accademico) si integrino vicendevolmente nell’ottica di un peacekeeping moderno. Quest’ultimo viene visto come un continuum e ciascuno, in ciascun momento, svolge un ruolo, dominante o meno.

Partirei brevemente col briefing: darò qualche cenno sull’UNIFIL, dirò come è fatto, ma la cosa che mi preme di più trasmettervi, anticipando quelle che saranno le conclusioni, è che parliamo di un’operazione militare che non è solamente militare. Ha una forte componente militare proprio per quest’ottica sinergica, chiamata “comprehensive approach”, che riunisce in sé un po’ tutti gli elementi. Il mandato di UNIFIL deriva da una risoluzione famosa, la 1701 dell’agosto 2006, ma non è una missione così recente. Nasce infatti nel 1978, quindi si tratta di una missione molto “vecchia” delle Nazioni Unite, a seguito della prima invasione israeliana in Libano. Il suo mandato venne aggiornato due volte, una prima volta dopo la seconda invasione israeliana nel 1982 ed una seconda volta nel 2000 dopo il ritiro unilaterale israeliano dal Libano. La missione UNIFIL si è modificata in questi due momenti, ma quello più significativo, quello in cui il mandato è sostanzialmente mutato, è stato appunto quello della risoluzione 1701 del 2006 a seguito della Guerra dei 34 giorni (o dei 33 giorni) che ha visto interessati il Libano, ma più che il Libano, Hezbollah e quindi una componente armata militante libanese, e le forze armate israeliane. Questa guerra ha comportato oltre a 1500 vittime, in maniera preponderante civili, la distruzione delle infrastrutture del sud del Libano, già regione povera di per sé. Tra gli elementi della risoluzione mi piace sottolineare due aspetti: il ruolo attivo delle forze ONU ma anche il ruolo di supporto nei confronti dell’autorità del paese, che in quel momento erano le nascenti Lebanese Armed Forces, cioè le forze armate libanesi. Sostanzialmente si volevano quindi creare i presupposti per dare a queste ultime la forza e l’autorità per poter garantire esse stesse la libertà e la sicurezza in quell’area. Un altro aspetto fondamentale, e qui torniamo al discorso che facevamo prima, è che la forza militare non aveva e non ha di certo oggi il compito di risolvere il conflitto tra Israele e Libano. È solamente una delle componenti che comunque hanno contribuito a garantire per 12 anni la stabilità di una zona, quella del Sud del Libano, che effettivamente in questo lasso di tempo non ha assistito ad altri problemi né ad un riaccendersi della guerra.

Dalla risoluzione nascono poi quelli che sono i compiti effettivi della missione UNIFIL, di fatto si tratta delle seguenti questioni: monitorare la cessazione delle ostilità, l’assistenza e il supporto alle nascenti forze armate libanesi e l’assistenza al governo e alla popolazione locale, tenendo conto che 34 giorni di guerra avevano praticamente ridotto a zero le infrastrutture di quell’area. UNIFIL non è solamente una missione militare, ha di fatto una componente civile molto forte e si basa su tre pilastri fondamentali: uno militare naturalmente; uno diplomatico, tant’è che il vice della missione è un diplomatico delle Nazioni Unite; uno di supporto, anch’esso gestito in maniera preponderante da personale civile. Ne fanno parte 40 paesi e questo per l’ONU è un grandissimo successo, poiché più grande è la multi-nazionalità, più forte è il peso politico della missione, per un totale di circa 11000 persone, di cui circa 1500 sono civili. Mi piace ricordare che oggi l’Italia è il secondo paese contributore, primo fino all’anno scorso quando esprimeva anche il comandante della forza. In questo senso vorrei avvalorare ciò che l’ambasciatore Checchia ha detto, e cioè che in questi contesti il ruolo dell’Italia, non solo nell’ONU ma anche nella NATO e nell’Unione Europea, è un ruolo importante, sicuramente alla pari di altri paesi talvolta più “quotati” dal punto di vista della politica estera. Non a caso abbiamo avuto un comandante di UNIFIL italiano, comandanti italiani in missioni dell’Unione Europea e nell’ambito NATO; questa oltre ad essere un’attestazione di fiducia, dimostra anche la capacità e l’efficacia delle nostre forze armate.

Come è fatta UNIFIL? C’è un comando dislocato a Naqoura, una componente marittima che si occupa di garantire che non vengano immesse in territorio libanese armi di alcun tipo e di supportare la marina libanese, due brigate (l’una a leadership italiana, l’altra spagnola) con una composizione molto eterogenea con paesi che vanno da quelli africani a quelli del Nord Europa. C’è poi un’unità francese che è quella di riserva, per intervenire in caso di necessità in tutta l’area delle operazioni, ed una serie di unità di supporto logistico.

Dove opera UNIFIL? Essa, come dicevamo, opera nell’area meridionale del Libano, in una zona compresa, così dice la risoluzione, tra il fiume Litani e quella che viene definita Linea Blu (Blue Line) che non rappresenta il confine tra Israele e Libano bensì la linea dove l’esercito israeliano nel 2000 si è attestato ritirandosi. Questa limite ha finito per rappresentare la divisione tra i due paesi, ma non è mai divenuto un confine. Un grosso sforzo che UNIFIL sta facendo in questi anni è quello di marcare, rendere visibile a tutti l’andamento di questa Linea Blu attraverso i “blue pillars” perché questa linea rappresenta una criticità. Immaginate che ci sono dei campi, famosi sono tra questi gli uliveti, che sono posti a cavallo di essa. I libanesi non potrebbero superarla, rappresenterebbe una violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ma i contadini hanno le loro colture da entrambi i lati; questi paradossi creano poi conflitti, schermaglie sia sul terreno ma anche a livello politico naturalmente. Per un contadino che ha superato questa linea per coltivare il suo campo può scatenarsi un problema importante.

L’area delle operazioni UNIFIL è suddivisa in due settori, quello Ovest a guida italiana che si affaccia sul Mar Mediterraneo e quello Est a guida spagnola che presenta delle zone piuttosto delicate in quanto va verso le contestate alture del Golan. Il Settore Ovest è anch’esso articolato in battaglioni ma gli aspetti più significativi sono sostanzialmente due: il lungo tratto che segue la Linea Blu e i tre punti d’ingresso nell’area di responsabilità, punti costantemente controllati proprio perché la risoluzione prevede che nell’area di responsabilità di UNIFIL non possano circolare armi di nessun genere se non quelle di UNIFIL e delle forze armate libanesi.

La variegata composizione religiosa del Settore Ovest rappresenta un altro fattore di grande criticità e di grande difficoltà di relazione ma mi fa piacere ricordare come, nonostante la diversificazione, quello del Sud del Libano, anche se forse in maniera un po’ forzata, sia un modello di convivenza inter-religiosa. Una volta infatti venne da me una delegazione di un paese che mi chiedeva di realizzare, con i fondi che l’Italia rende disponibili per la popolazione locale, una strada di accesso per una chiesa cristiana. Rimasi stupito perché in questa delegazione, oltre al sindaco e al sacerdote cristiano, c’era anche l’imam, che aveva sposato questa esigenza perché la sentiva come un bisogno della comunità del paese; l’aspetto importante era il benessere di quel villaggio indipendentemente dall’aspetto religioso. Inoltre, l’ho visto durante il periodo di Natale, è normale che gli abitanti sciiti si rechino al villaggio vicino per fare gli auguri ai loro amici cristiani. Quindi, sotto questo punto di vista, la complessità di quell’area era comunque mitigata da un modello di convivenza veramente da prendere ad esempio per il mondo.

Ora, sulla base dei tre pilastri fondamentali, vi andrò velocemente a dire che cosa ha fatto UNIFIL e quale è il significato di questo “comprehensive approach”. Nel monitorare la cessazione delle ostilità l’aspetto principale, naturalmente, è quello delle attività tecnico-operative cioè delle attività spiccatamente militari: attività di pattuglia, di checkpoint fissi, di posti di osservazione in varie località. L’aspetto che però piace ricordare è che tutte queste attività venivano condotte insieme alle forze armate libanesi, proprio nell’ottica di valorizzare le loro capacità in modo che la popolazione del Sud del Libano, che riconosceva solo in Hezbollah la forza capace di contrastare il nemico israeliano, potesse riconoscere in loro e quindi nel governo un’autorità effettiva. Di questi aspetti, e qui mi piace ancora richiamare questo “Italian way to carry out peacekeeping”, voglio sottolineare le “market walks”. Si tratta di un’invenzione italiana: si trattava sostanzialmente di andare a svolgere attività di pattuglia e, in qualche modo, di acquisizione di informazioni frequentando i mercati e le aree commerciali dei villaggi del Libano meridionale. Ciò ha avuto un impatto favorevolissimo, perché da un lato ci ha consentito di acquisire il “flavour” della popolazione capendo quali erano le dinamiche dei paesi, dall’altro di far capire alla popolazione stessa quale fosse il mandato della missione e il ruolo di UNIFIL. Via via questo lavoro è stato fatto anche insieme alle forze armate libanesi, sempre con l’obbiettivo di dare loro forza e di dare alla popolazione consapevolezza delle loro capacità. Su 108 villaggi che erano nella mia area di responsabilità, noi abbiamo svolto questa attività in 54, quindi la metà; considerando che non tutti i villaggi hanno un’area commerciale, si può dire che abbiamo coperto l’80% della popolazione.

Il supporto alle forze armate libanesi, il secondo pilastro della risoluzione, si è concretizzato in un’attività volta a far crescere quest’ultime attraverso le capacità del contingente italiano. Si va dalle attività di addestramento base a quelle più specialistiche. In questo ambito le forze armate libanesi hanno sempre avuto grande voglia di cooperare insieme a noi perché ritenevano proprio che la presenza del contingente delle Nazioni Unite insieme a loro fosse un’opportunità.

L’altro aspetto importante è quello di supporto al governo e alla popolazione. Qui si apre un mondo di attività in favore della popolazione che non sono necessariamente legate alla disponibilità di fondi, perché tante attività che sono “a costo zero” consentivano comunque di creare un rapporto e di dare alla popolazione una prospettiva, si pensi ad esempio all’organizzazione di eventi sportivi o di manifestazioni culturali. I contingenti sotto il mio comando spaziavano da quelli africani a quelli coreani, quindi ognuno aveva delle capacità, anche dal punto di vista culturale del proprio paese, da offrire. Io ad esempio avevo portato con me elementi della Fanfara con cui abbiamo fatto dei concerti. C’erano degli aspetti proprio di contatto con la popolazione. Ovviamente c’erano anche degli aspetti finanziari. Infatti, il governo italiano, attraverso la cooperazione, ha reso disponibili cifre significative: per il 2017 abbiamo investito quasi 1 300 000 euro. È una cifra importante per un’area tutto sommato piccola com’è quella del Sud del Libano. Se aggiungiamo questa somma a quelle fornite dagli altri paesi e dall’ONU, nella regione sono stati investiti circa 2 000 000 di euro in vari progetti. Questo lavoro, e mi piace richiamare questo aspetto, viene fatto in sinergia con l’ambasciata, perché determinate attività devono per forza essere coordinate con loro, e soprattutto con le autorità locali. Io ho cercato di evitare i rapporti con il singolo sindaco, e mi sono affidato alle unioni di municipalità, in modo tale che qualcuno potesse darmi delle priorità, perché non si poteva esaudire qualsiasi richiesta ma era importante che le stesse autorità locali si sentissero responsabili nel dire è meglio investire in questo settore piuttosto che in quell’altro.

Un altro aspetto importante è quello, che abbiamo sempre ricercato, del dialogo interconfessionale. Lì il ruolo dei leader religiosi è fondamentale, per varie ragioni. In primis perché hanno un forte impatto sulla popolazione, e poi perché hanno un peso politico rilevante. Quindi oltre ad aver dato in maniera equilibrata supporto materiale alle varie chiese, abbiamo cercato degli incontri inter-religiosi parlando di argomenti che potessero essere comuni; la famiglia è ad esempio uno di quelli su cui c’è una convergenza, direi, universale, naturalmente con diverse sfumature.

L’altro aspetto, e qui mi avvio alla conclusione, è quello della collaborazione con i fori accademici, quindi con voi, con gli studenti e con le università. In questo senso il lavoro che è stato fatto in Italia a San Martino al Cimino è partito dal “semino” buttato a Beirut durante la missione.

In sintesi, ci sono dei messaggi importanti: l’aspetto chiave della multinazionalità di UNIFIL, tanti paesi significa un peso politico importante; UNIFIL non è solo una pura missione militare, ma ha delle connotazioni interdisciplinari e in un territorio come quello libanese questa interdisciplinarietà gioca un ruolo fondamentale sia con nel coordinamento e nell’interessamento continuo con le autorità politiche locali ma anche con le autorità religiose. Tutto questo ha portato, come detto prima, ad una stabilità nel lungo termine. È chiaro però che questa stabilità diventa ancor più forte se, oltre agli sforzi fatti dai militari, si aggiunge la diplomazia, che guida i processi, e soprattutto il mondo accademico.

Per chiudere voglio richiamare il concetto della “forza della conoscenza”. Il fatto di conoscere il mondo dell’università da parte dei militari ed il mondo dei militari da parte dell’università fa sì che insieme si possano ottenere più successi. Vi saluto con un detto africano che ho sentito in un briefing che dice: “if you want to go fast, go alone; if you want to go far, go together”.