Peacekeeping: terreno fertile di dialogo e cooperazione tra forze armate, diplomazia e università

Quello che abbiamo visto e sentito oggi è davvero appassionante e mi dispiace dover cambiare tema e vorrei soltanto riprendere quello che è stato detto in due spunti che mi trovano d’accordo con i relatori: all’amico Generale Camporini, non posso che dare ragione, poiché lamenta la latitanza dell’Europa in politica estera ed è triste, ma temo che la sua analisi lucida delle carenze e anche della PESCO rappresenti la realtà, al di là delle dichiarazioni auto-gratificatorie, che talune personalità all’estero ma anche molto in Italia hanno voluto rilasciare dopo questo asserito passo avanti. Staremo a vedere ed incrociamo le dita, ma credo che le difficoltà siano tante. Con l’amico Massimo Caneva mi trovo d’accordo nella difesa della laicità, distinta dal laicismo. Io sono di cultura liberale, cattolico con una forte convinzione liberale e in questo senso inviterei voi giovani, se non l’avete già letto, a leggere per capire qual è il mio sentimento, un bellissimo saggio che scrisse Benedetto Croce nel ’42 intitolato “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Croce era liberale, cattolico sì, ma certamente non un teologo. Leggete questo saggio, e capirete quello che ci fa sentire vicini alle posizioni che ha espresso il professor Caneva. Io potrei dare un quadro ampio, ma sarò sintetico, su quello che è il peacekeeping al momento.

Voi sapete che il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon aveva, durante il suo mandato, lasciato una riflessione ad alto livello sulla previsione e aggiornamento del peacekeeping, proseguita dal Segretario generale Guterres, centrata sulla necessità di una visione integrale del peacekeeping, che contempli non soltanto l’operazione di mantenimento della pace a conflitto terminato o in pausa, ma che cerchi di scongiurare i conflitti. L’obiettivo è quello di lavorare sulla prevenzione e dunque sulla dimensione politico/diplomatica della mediazione, tenendo un forte accento sul post conflitto e quindi sulla ricostruzione, su tutte le componenti che conducano ad un ritorno alla convivenza civile all’interno di Nazioni divise a volte da situazioni di odio secolare, su quelle componenti che possano fornire il ritorno ad un comune denominatore di pace e di tolleranza, di ascolto dell’altro. Si tratta cioè di ciò che si chiama in inglese “peace continuity”, e cioè un continuum della pace in tutte queste occasioni che ho appena citato. L’Italia durante il suo anno di presidenza all’interno del Consiglio di Sicurezza ha svolto un ruolo propositivo importante e riconosciuto, dobbiamo molto al nostro bravissimo Rappresentante Permanente alle Nazioni Unite Sebastiano Cardi, ma direi complessivamente alla visione di cui il nostro paese è portatore, spesso visioni di buon senso e consapevolezza dei limiti ma anche con una forte motivazione di ordine morale. Quindi questo è lo stato dell’arte; in questa sala oggi sono con noi figure di ambito diplomatico e militare. Non cito tutti ma abbiamo qui due autorevoli esponenti delle nostre forze armate e della nostra diplomazia, con i quali ho condiviso momenti difficili nella costruzione di questo peacekeeping, che hanno fatto molto perché questa visione italiana del mantenimento della pace si affermasse. In Libano il generale Federici, in Israele l’amico ambasciatore Talò, siamo tutti attori di una pièce che ci supera ma alla quale ognuno di noi cerca di apportare un piccolo contributo.

Ora vorrei approfittare di questa opportunità, per ricordare un aspetto di cui essere orgogliosi come italiani e da tenere a mente, siamo infatti i primi fornitori, tra i paesi occidentali, di caschi blu con un po’ più di 1000 unità e l’ottavo contributore al bilancio del peacekeeping, con una presenza italiana nel corso degli anni a 29 missioni. Abbiamo quindi le carte in regola ed è inammissibile che qualcuno si permetta di ironizzare sul ruolo italiano in ambito geopolitico e sul peso del nostro Paese, che in larga misura prescinde da quello dei governi di maggioranza che di volta in volta si trovano a guidarlo. Siamo entrati, come diceva il generale Camporini, in una fase di incertezza, però il fondamento del DNA italiano resta e speriamo che sia talmente forte da poter sopperire alle eventuali manchevolezze dei prossimi assetti di potere che peraltro devo dire, non sarebbero i primi ad essere mancanti, perché se noi siamo in perdita, a mio avviso drammatica, di peso e credibilità politica non è qualcosa di imputabile all’esito del voto appena concluso, penso venga da un po’ prima, e su questo potremmo discutere sul quando, ma insomma siamo in una fase di declino della credibilità politica che in qualche modo ci auguriamo che possa essere interrotta.

Ciò detto, vorrei condividere con voi alcune esperienze “dal terreno”, proprio prendendo spunto dall’evento che abbiamo visto in video a San Martino a Cimino. Una giovane, e ringrazio Massimo Caneva ed AESI e tutti i presenti all’epoca per aver messo in pista un’iniziativa di tale qualità, ha espresso un concetto: “L’Università è il luogo dove essere per una patria futura”. Perché dico questo, perché voi sapete che le operazioni di mantenimento della pace, anche le migliori come quelle che l’Italia (ed è un modello ormai) sta conducendo da decenni in Libano, non possono che offrire una finestra di opportunità alla pace. Il peacekeeping di per sé e in quanto tale, anche per gli enormi costi finanziari che comporta per un paese come il nostro, non può garantire ad aeternum che quelle condizioni non vengano di nuovo tradite dal ritorno al conflitto o alla guerra. Vale per il Libano e vale per la maggioranza dei teatri. Ma qual è allora il valore aggiunto che può fornire la collaborazione interuniversitaria e i seminari come quelli di San Martino ma anche come quello odierno: creare proprio le condizioni perché lo scarto temporale tra il periodo breve su cui può lavorare il peacekeeping e il periodo lungo, che richiede la costruzione della pace vera, venga compensato, seminando idee di convivenza anche in comunità da secoli divise. È chiaro che è uno scarto temporale importante e quindi l’opera di recupero e di avvicinamento dei due periodi sarà lunga e dall’esito incerto, ma è l’unico tentativo plausibile che si può condurre.

Lo dico perché in Libano, con AESI e con il professor Caneva ci abbiamo provato, e l’operazione ad oggi sta funzionando, ne abbiamo avuto spesso conferma. Abbiamo provato a lanciare un gemellaggio sui temi della pace e dello sviluppo tra un’università statale libanese, che è la più grande a guida e a maggioranza di docenti e studenti sciiti, espressione di uno sciismo militante, da un lato, e dall’altro un’università maronita, quindi dell’area cristiano-maronita, che è un’università privata e si indirizza prevalentemente a una componente della popolazione. Ricordo bene la sorpresa e quasi lo sconcerto, con il quale i rettori delle università, nel 2007, ci hanno guardato quando abbiamo osato proporre questa forma di partenariato. Li abbiamo superate attraverso argomentazioni evidentemente ritenute convincenti, soprattutto da parte del professor Caneva e della struttura AESI. Dopo più di 12 anni il gemellaggio va avanti e credo stia diventando un precedente. Questo ci serve a capire come il peacekeeping garantisce una pace di breve periodo, mentre il dialogo interculturale tra diplomazia ed università garantisce la cornice di lungo periodo nel quale il seme del peacekeeping può prosperare e mettere le radici.

Questo è un primo esempio, ma andando più in la mi soffermerò su alcuni episodi di cooperazione vissuta da me personalmente. Durante il periodo in Libano ho capito - e anche lì ho coltivato un terreno già seminato dai miei illustri predecessori, a cominciare dall’ambasciatore Mistretta che non è con noi oggi ma che di questa visione è sempre portatore - che con gli strumenti della cooperazione, con un ministero ben guidato a livello di direttore generale (all’epoca era l’attuale segretario generale Elisabetta Belloni, molto sensibile a questi aspetti) con un buon ministro e un ambasciatore propositivo, si può fare molto. Che cosa abbiamo cercato di fare affinché la cooperazione e i fondi non siano solo uno strumento burocratico? Siamo riusciti a lanciare un’iniziativa di cui siamo molto orgogliosi, ovvero le “Palestiniadi”, dopo aver preso coscienza con i miei colleghi dell’ufficio tecnico di cooperazione - che mi hanno rivolto la proposta - delle condizioni drammatiche in cui vivono bambini e minori, soprattutto nei campi palestinesi in Libano. Ci siamo detti: perché non proviamo ad attenuare questo senso di emarginazione che questi bimbi stanno soffrendo da dieci anni senza colpa? Cerchiamo di dar loro il sapore di una vita normale e una percezione di quello che potrebbe essere una vita normale e di quello a cui devono aspirare. Abbiamo organizzato una settimana di piccole olimpiadi, gare sportive, a cui erano invitati giovani palestinesi dei campi, giovani di scuole libanesi di altre confessioni, ivi comprese quelle di estrazione cristiana, ma anche giovani libanesi delle aree sunnite povere nelle zone limitrofe dei campi palestinesi, proprio perché non ci fosse tra palestinesi e il resto della popolazione libanese un ulteriore elemento di tensione. È un’iniziativa che è andata bene, i giovani si sono ritrovati nel segno dei valori sportivi e si sono conosciuti.

L’altro esempio che vorrei portare è quello della popolazione cristiana in Libano. Voi sapete che purtroppo in Libano i cristiani sono divisi in due grandi blocchi: uno che all’epoca faceva capo all’attuale presidente della repubblica libanese, il generale Aoun molto vicino per non dire organico all’Iran, e a Hezbollah e al regime brutale di Assad, e un blocco invece più vicino al mondo di Rafiq Hariri e Saad Hariri, di un certo sunnismo moderato, con componenti druse e sciite più moderate. Questi due mondi continuavano a guardarsi in cagnesco. Uno dei motivi maggiori di contrasto che il Generale Aoun citava, a sostegno della sua tesi per cui l’Occidente lo aveva abbandonato in Libano e bisognava dunque gettarsi nelle braccia fraterne dei grandi popoli e regimi iraniano e siriano, uno dei cavalli di battaglia era dire che i villaggi dei cristiani della montagna, cacciati in epoca di guerra civile libanese intorno alla metà degli anni ’70, dopo violenti e feroci combattimenti, soprattutto della componente drusa, erano stati abbandonati e vivevano in aree del Libano prive di servizi e di qualsiasi attenzione da parte del governo centrale e da parte della comunità internazionale. Quantomeno l’Italia, però, non era insensibile. Avevamo avviato un grande progetto di irrigazione di questi villaggi, con l’apporto di acqua potabile e il miglioramento dei servizi compreso il rifacimento di alcune strade, con i pochi fondi che avevamo. Grande la soddisfazione italiana quando al lancio di questo progetto erano presenti le figure di vertice delle componenti cristiane.

Il terzo esempio che vorrei portarvi riguarda i villaggi cristiani del sud del Libano. Sono villaggi di fatto abbandonati perché circondati da un’area sciita e dunque sono delle isole di cristianità in quella zona del paese, al confine poi con Israele, stretti in una tenaglia che li espone alle più varie minacce e disattenzioni dei vicini importanti. Per questi villaggi abbiamo deciso di stanziare dei fondi soprattutto per aiutare la terza età, perché abbiamo realizzato che le persone sopra la sessantina che abitavano in quelle località terminato il ciclo scolastico e anche l’attività lavorativa, non avevano più nessuno che si occupasse di loro. Abbiamo voluto creare dei dispensari fornendo pullman che consentissero a queste signore e signori di mantenere un dialogo, vedersi, di giocare a carte, di avere una vita pressoché normale. La mia emozione è stata altissima quando invitato ad un villaggio dal sindaco e dal parroco della cittadina, mi è stato chiesto di salire e di co-officiare parte della funzione. A parte il mio disagio, perché non conoscevo evidentemente come ci si doveva muovere, ho capito quanto può pesare un segnale di attenzione, anche minimo, da parte di un grande paese come il nostro, noto per equilibrio e umanità. Questo per dire come la cooperazione tra università e diplomazia e forze di pace è certamente importante e vi ho dato degli esempi che sono stati poi replicati nei Balcani, e San Martino a Cimino rappresenta, se vogliamo, la vetta di questa possibilità di far parlare figure che non si conoscevano e che si sono detestate per anni. Ma accanto alla cooperazione interuniversitaria ci sono tante altre forme creative che spetta ai singoli capi missione e ovviamente al nostro governo e al Ministero degli Esteri definite.

Ho condiviso con voi alcuni stralci di vita vissuta ma non perché ne voglia trarre merito; io conosco la mia vicenda, e so che tanti colleghi in altre parti del mondo hanno condotto attività di pari livello se non superiore. Un plauso alla diplomazia italiana e alle nostre forze armate e al nostro mondo universitario, e a voi che siete gli attori che potranno portare avanti e migliorare il poco che abbiamo potuto seminare.