Quale ruolo per l’Unione Europea nella mutata situazione strategica globale?

Con questo intervento vorrei porre l’attenzione sulla situazione strategica in cui oggi noi dobbiamo muoverci, dobbiamo agire. E quando dico “noi” non è un noi generico, è un noi che coinvolge ciascuno di noi, ognuno con il suo ruolo, quindi i diplomatici con il ruolo dei diplomatici, i militari col ruolo dei militari, gli studiosi con loro specifiche funzioni, voi che vi preparate a gestire questo globo, perché in realtà noi siamo vecchi, questo mondo non è più nostro, il mondo è vostro. Quindi dovete assumere un atteggiamento molto proattivo, cosa che oggi non è facile perché nel complesso mondo in cui ci troviamo, la tentazione di pensare “curo il mio piccolo giardino, poi vediamo” è forte, ma al di là dell’opportunità di tali considerazioni da un punto di vista etico, è necessario porre in luce anche un problema pratico: quando si cura il proprio giardinetto e non si bada al resto, giorno dopo giorno si scopre che il proprio giardinetto diventa sempre più piccolo, e alla fine neanche la motivazione egoistica ha più ragion d’essere. E questo vale per le grandi nazioni e per i singoli individui, quindi comincio esortandovi a continuare a voler capire cosa sta succedendo e cosa potete fare per influire su quello che sta accadendo. Forse ricorderete di aver letto una delle frasi più belle della campagna elettorale di John Fitzgerald Kennedy: “non chiedete cosa l’America può fare per voi, chiedete cosa voi potete fare per l’America”, e questo non vale solo per l’America, vale anche per noi europei, e dico europei, non dico italiani, io sono ovviamente fuorviato dal fatto che sono un fervente europeista ma ci tengo a sottolineare che dobbiamo avere questa visione che va al di là del campanilismo locale. Purtroppo abbiamo visto cosa sta accadendo in Italia, dico “purtroppo” per la mia visione ovviamente; con ciò che è avvenuto alle ultime elezioni in Italia non abbiamo molte cose di cui gioire, perché il mondo sta veramente esplodendo.

Io non voglio essere un pessimista, non voglio essere un catastrofista, ma avendo vissuto da uomo pronto a combattere durante la Guerra Fredda, posso dirvi che il mondo di allora era un mondo estremamente stabile, era un mondo molto chiaro, dove c’erano delle regole che tutti quanti rispettavano, regole che hanno consentito a questa fetta di mondo, l’Europa, di vivere il più lungo periodo di pace della sua storia millenaria, regole molto chiare e red lines che non si potevano violare, in cui il dibattito avveniva in modo tutto sommato pacato ed educato, cosa che oggi evidentemente stiamo dimenticando. Certo era un mondo in cui c’erano delle grandi disuguaglianze; c’era tanta fame nel resto del mondo. Finita la guerra, caduto il muro di Berlino, “la storia è finita” diceva Fukuyama: “la storia è finita” perché ormai il capitalismo ha vinto, ci si avvia verso un’epoca di liberalizzazioni, globalizzazione, da cui tutti trarranno benefici. E molti ne hanno tratto benefici: se guardassimo la mappa della fame nel globo prima e dopo la guerra, constateremmo che in molti sono usciti dalla povertà assoluta, il che però non ha migliorato le situazioni d’instabilità; al contrario, ha generato una condizione che è ben sintetizzata dalla frase, seppur banale, “l’appetito vien mangiando”.

È chiaro che quando si esce dalla condizione di miseria assoluta si può vedere e toccare con mano che si può vivere meglio, e questo è positivo per un certo verso, ma dall’altro certamente genera instabilità. Abbiamo quindi adesso un mondo che si è avviato verso questa fase dove non si capisce più dove stiano le regole; una volta le regole erano ben chiare, poi man mano ci sono state le prime eccezioni, le prime uscite dai confini, le quali hanno comunque riguardato tutti, mica solo i nostri avversari, o quelli in cui qualcuno vede degli avversari, perché ci sono. Ricordo quello che accadde nel 1999 quando, senza una risoluzione delle Nazioni Unite, il mondo occidentale ha deciso di avviare un’operazione militare per fermare il genocidio, di cui si parlava, in Kosovo, la pulizia etnica in Kosovo. È stato un momento molto delicato e drammatico perché fino ad allora operazioni militari di questa portata si potevano avviare soltanto con una risoluzione delle Nazioni Unite, quindi con una legittimazione che veniva dal consenso internazionale. Ci fu in quel momento la formulazione di un nuovo concetto, il concetto di responsability to protect, che ha guidato le azioni della Comunità Internazionale per un certo periodo, adesso è un po’ evanescente, un po’ messo da parte, ma questa responsability to protect ha in qualche modo scardinato il principio fondamentale che ha retto i rapporti fra le nazioni per tanto tempo, della non ingerenza negli affari interni di un paese. Adesso tutti ingeriscono negli affari interni altrui, e questo non è un metodo molto ordinato; ci sono sempre dei buoni motivi per carità, certamente Gheddafi non era un angioletto, guidava con mano ferma, con polso di ferro le comunità che abitano quel territorio che noi chiamiamo Libia, però l’eliminazione di Gheddafi certo non ha portato a un miglioramento delle condizioni di vita del “libico medio”, in tal senso dovreste provare a fare un sondaggio ai Libici chiedendo se si stava meglio prima o dopo.

Credo che uno dei problemi che noi abbiamo è quello di imporre agli altri quello che noi pensiamo sia giusto: portare la democrazia a popoli che ne sono privi, usando tutti i mezzi compreso quello militare dimenticando che il concetto di democrazia si è evoluto nel mondo attraverso qualche secolo, con una variazione continua del bagaglio culturale che ha permesso di giungere a una consapevolezza abbastanza diffusa, non dico che sia comune però abbastanza diffusa. Ora questo percorso, non si può fare in qualche settimana, e non è detto che il nostro sistema sia il migliore in assoluto, chi l’ha detto? Questa sorta di centralismo del pensiero occidentale.

La Cina sta vivendo un momento di grande sviluppo con milioni che escono dalla povertà e entrano in un mondo in cui i beni di consumo sono disponibili grazie ad un sistema che è tutto fuorché democratico, adesso abbiamo avuto l’elezione a “imperatore assoluto” del leader cinese, e credo che questo non sia molto in linea con i nostri parametri di democrazia, però lì funziona, magari funziona anche meglio che da noi. Non dico che dovremmo imitare quel sistema però dovremmo certamente rispettare quello che accade altrove ed evitare di illuderci che possiamo imporre ad altri i nostri modi di vita, perché sennò accade che creiamo anche più disordine di quello che c’era prima, e oggi di disordine ce n’è, e ce n’è perché i vecchi parametri della politica di potenza non sono stati erosi dalla nuova situazione strategica.

Consideriamo la situazione in Medio Oriente: il Medio Oriente è un territorio dove da anni si stanno sviluppando una serie di conflitti con delle tragedie umane veramente inenarrabili, come mai? Come mai questa guerra di religione tra i Sunniti e Sciiti? Allora poniamoci una domanda, è veramente una guerra di religione? Ricordo un’affermazione di un grande diplomatico americano, l’ambasciatore a Mosca nel 1989, il quale, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica, ebbe a dire: “la storia non si ripete, ma fa rima”; ora quello che sta accadendo oggi in Medio Oriente secondo me è la rima di quello che accadde in Europa all’inizio del seicento. Tutti ricorderete la guerra dei trent’anni, guerra di religione fra cattolici e protestanti, però attenzione, alcuni protestanti avevano delle truppe cattoliche, cosa che dovrebbe cominciare a far pensare che forse non era così chiara la motivazione religiosa di quella guerra, perché in realtà era una guerra di potenza: c’erano alcune potenze Europee, come Vienna, Parigi, Londra, Madrid che combattevano per l’egemonia in Europa, la religione non era altro che la benzina, il carburante con cui si alimentava l’aggressività delle proprie truppe e sostenitori, ma aveva ben poco a che fare con le ragioni della guerra. Da qui quindi la considerazione che ci sono delle assonanze: perché Sunniti e Sciiti nella loro storia dalla nascita dell’Islam fino ad oggi, hanno attraversato qualche periodo di lotta, ma molto limitato nel tempo e nei luoghi, per la maggior parte di questi secoli hanno vissuto tranquillamente in pace gli uni accanto agli altri, come mai oggi improvvisamente si scatenano gli uni contro gli altri? Semplicemente, io dico, perché ci sono almeno tre potenze, che sono Arabia Saudita, Iran e Turchia, che vogliono assumere un dominio egemonico nella regione. E allora strumentalizzano benissimo elementi religiosi per convincere i loro combattenti a immolarsi per la causa e a combattere per loro.

Questo per dire che la situazione di disordine di fronte a cui ci troviamo non è destinata a risolversi nell’arco di settimane o di mesi; l’ISIS non è mica la malattia, l’ISIS è il sintomo di una malattia, che è appunto la lotta egemonica fra le potenze locali. Allora se non riusciremo a convincere queste potenze locali a sedersi attorno a un tavolo e a trovare un accomodamento che in qualche modo scontenti ugualmente tutti, e quindi accontenti ugualmente tutti, noi continueremo ad assistere a quest’esplosione di violenza in cui non ci sono più regole. Noi le regole in Occidente ce le siamo date, è tutto un corpo normativo molto complesso, articolato, che riguarda i comportamenti da tenere anche durante la guerra per renderla meno disumana, queste regole in quell’area non valgono, nessuno se ne cura. E nessuno si cura neanche di quelle che sono regole per i comportamenti basilari fra le nazioni: basti pensare a quanto è accaduto in una cittadina in territorio siriano, per la quale esiste un confine, anche sulle carte geografiche, eppure è stato tranquillamente violato dalle truppe Turche con i loro carri armati, con i loro mezzi, con i loro aeroplani, che hanno conquistato la cittadina, e adesso vorrebbero occupare. Ora, la violazione di un confine con delle truppe armate si chiama guerra. Tuttavia, sembra che nessuno si stia preoccupando di quello che sta accadendo, nessuno sta reagendo di fronte alle mire egemoniche di Erdoğan, nessuno sta reagendo a quello che sta facendo nel Mediterraneo nell’area a sud di Cipro; sicuramente avete letto di quella nave della Saipen che è stata bloccata in acque internazionali dove doveva svolgere delle attività nella zona di interesse esclusivo di Cipro, membro dell’Unione Europea. Qualcuno ha reagito? Siamo in una situazione in cui le prepotenze hanno il sopravvento. Questo lo dico non per spaventarvi, ma per vedere qual è la situazione.

In una siffatta situazione o cerchiamo tutti di avere una visione più ampia e difendere quelli che sono i principi fondamentali della convivenza civile, oppure il disordine crescerà sempre di più. In tal senso, permettetemi di fare una valutazione di tipo assolutamente personale, che però voglio offrire, perché in tutte queste situazioni voi assistete a quelle che sono le mosse di Putin, le mosse di Erdoğan, le mosse piuttosto timide di Washington, visto che non sempre si capisce bene chi comandi veramente a Washington, se il Presidente o il Segretario di Stato - e questo è un altro discorso che potremmo affrontare – ma c’è qualcuno che mi sa dire cosa stia facendo l’Europa? L’Europa è totalmente silente, o meglio, non c’è Europa, ci sono i singoli paesi Europei, che dibattono all’interno delle loro crisi politiche interne, più o meno risolte (c’è qualcuno che le ha risolte l’anno scorso, qualcuno che le sta risolvendo adesso, o qualcuno, come noi, che non le sta risolvendo affatto) ma non c’è una voce europea, non c’è un’azione europea. Accidenti, stiamo parlando del nostro vicinato! Cioè non è il sud est asiatico (di cui dobbiamo pure preoccuparci), è il confine di casa nostra: quello che accade lì ha un’influenza diretta sulla vita quotidiana di ciascuno di noi, eppure l’Europa è incapace di trovare una voce unica, ed è una cosa che mi amareggia tantissimo. Ma mi amareggia, non per una questione sentimentale, ma perché se noi Europei non prendiamo in mano il nostro destino, qualcun altro lo prenderà, e quello che accadrà nelle nostre città non sarà certo deciso a Parigi, a Londra o a Berlino, è deciso a Washington, a Pechino, a Mosca, ci sta bene? A me no, perché è esattamente quello che accadeva in Italia nel 1840: c’erano tanti piccoli stati dove secondo gli standard dell’epoca si viveva benissimo, almeno i benestanti vivevano benissimo visto che la coesione sociale era quella che conosciamo; però non c’era insoddisfazione sulla vita quotidiana, peccato che ciò che avveniva a Milano, a Firenze o a Roma venisse deciso a Vienna, Parigi, o a Londra; e qui oggi siamo nella stessa situazione: non siamo padroni del nostro destino. L’unico modo che abbiamo per poter diventare padroni del nostro destino è trovare una voce comune.

Guardiamo la situazione nel Sahel, nell’Africa Subsahariana, dove i flussi migratori sono stati così influenti sui risultati elettorali nel nostro Paese. Ci sono interessi dell’Europa in quanto tale, perché quello che accade lì e i flussi che originano quelle regioni creano problemi in Italia, li creano anche in Polonia, tant’è che la Polonia si oppone a qualsiasi tipo di redistribuzione dei profughi o dei migranti. Ebbene, c’è una missione francese che è supportata da alcune truppe tedesche, adesso abbiamo deciso di fare una missione militare italiana in Niger di cui siamo curiosi di sapere l’esito, ma è possibile che non si riesca ad avere una bandiera blu con le dodici stelle da sventolare per un’azione comune decisa insieme, con una visione politica di lungo periodo? Non c’è, e non essendoci, dobbiamo affrontare una lunga serie di conseguenze.

Dico due parole sulla Difesa Comune Europea: recentemente c’è stata un’accelerazione delle azioni, c’è stata la pubblicazione di un nuovo documento strategico, dove tra l’altro alcuni italiani, in particolare una italiana, hanno lavorato in modo esteso per supportare i lavori in quell’impresa, si è finalmente tirato fuori dal cassetto del Trattato di Lisbona il concetto della PESCO, Junker ha parlato più volte di esercito europeo. Ora io sono, come avrete capito, un fervente europeista, e sentir parlare di Esercito Europeo in questa situazione mi fa venire l’orticaria! Perché le forze armate sono uno degli strumenti della politica estera, quindi se non c’è una politica estera comune è inutile avere uno strumento comune. I miei amici delle forze armate qui presenti ricorderanno una bella iniziativa che venne presa alla fine degli anni ’90 da Francia, Italia Portogallo e Spagna: decisero di costruire un quartier generale per operazioni di divisione a livello decisionale, si chiamava EUROFOR e venne costituito a Firenze alla caserma “Preghieri” se non ricordo male, bellissima caserma dove questi quattro paesi mandarono alcuni dei loro migliori ufficiali e sottoufficiali, speso ingenti cifre per le infrastrutture, per l’informatizzazione, per i mezzi da mettere a disposizione di questo comando, e dopo qualche tempo, dopo qualche esercitazione molto ben curata, questo comando venne mandato in Kosovo per la dotazione dei comandi che avveniva durante quell’epoca per assicurare la presenza e il coordinamento delle attività militari dopo la fine delle operazioni contro la Serbia. In quel periodo tutto andò per il verso giusto e, tutti soddisfatti, tornarono alla base preparandosi per il turno successivo che sarebbe arrivato a breve. Due settimane prima del turno successivo, a Pristina venne dichiarata l’indipendenza unilateralmente; a questo punto i responsabili politici dei quattro paesi si riunirono e il rappresentante spagnolo disse: “Voi capite bene che di fronte a un atto di secessione, noi che abbiamo problemi interni (di cui abbiamo poi visto gli sviluppi in Catalogna), non possiamo in nessun modo avallare questo tipo di azioni, per cui EUROFOR non può essere impiegato”. Seguirono due anni di accalorate discussioni a cui io stesso ho partecipato, ma alla fine si decise di accantonare l’EUROFOR, perché era assolutamente inutile avere uno strumento che non si poteva impiegare se non c’era una visione politica comune.

Prima di concludere, vorrei ribadire che quel che è veramente fondamentale è riuscire ad avere una convergenza delle visioni politiche. Solo questa convergenza, che è frutto di un compromesso equilibrato, potrà aiutarci a definire delle linee d’azione comuni, coerenti e rispettose dei nostri valori (di cui tutti parlano senza neanche sapere di cosa stiano parlando) al fine di far cooperare tutte le risorse di tutti i nostri paesi verso un mondo che sia più vivibile di quanto sia adesso, e dico tutte le risorse, quindi certamente le risorse politiche, certamente le risorse diplomatiche, certamente quelle militari, ma soprattutto quelle della società civile che voi rappresentate e di cui vi preparate a diventare protagonisti.

Grazie.