Esiste una Comune Radice dell’Identità Europea?

Leggendo il titolo del seminario “Radici ed identità dell’Unione Europea” si intende quasi che l’identità attuale dell’Europa provenga da una radice che è sempre esistita. Ma è davvero così?
Oggi siamo in un periodo in cui la secolarizzazione ovvero l’estraneazione del divino dal mondo è diventata una realtà, specialmente in Europa; si registra, così, un allontanamento da valori comuni. Pertanto, per parlare di radici e identità dell’Unione Europea dobbiamo porci una domanda: dobbiamo chiederci se esistono valori scomparsi o dimenticati che, dissepolti dall’oblio, possano farci sentire europei, così come noi ci sentiamo italiani, i francesi si sentono tali e così gli inglesi e tutti gli altri popoli europei. Valori, cioè, che ci facciano accettare come legittimo e irrefutabile che lo Stato chieda di mettere in pericolo la nostra vita, i beni, la sicurezza nostra e della nostra famiglia in nome della difesa dell’Europa e dei suoi confini e per contrastare chi ci vuole ledere o sottomettere.
Dobbiamo chiederci se ci sono nelle nostre città ricordi, segni storici, monumenti, opere d’arte che ricordino momenti di condivisione di vita e di costumi, con altri popoli che non siano solo emblemi di dominio dei più forti e di sottomissione dei più deboli. Neanche l’Impero Romano o la civiltà greca, che pure dominarono in tutta Europa per secoli, l’uno con la forza delle armi, l’altra con la cultura, riuscirono a creare un “idem sentire tra gli europei”.
Solamente gli imperatori Costantino e Teodosio, anche con la forza della religione, con quella delle armi e della cultura, posero radici d’identità nei popoli europei per secoli, fino all’avvento del Sacro Romano Impero del carolingio Carlo Magno, che tanto lo rinsaldò con una politica culturale di respiro universale. L’inettitudine dei suoi successori causò prima la fine dell’Impero e poi la nascita  di entità tradizionalmente nazionalistiche quali la Francia e la Germania specialmente, che lungi dall’operare per l’unità europea, si sono scontrate nell’era moderna in sanguinose guerre, scatenate prima da ragioni di prestigio delle casate nobiliari che dominavano i popoli e successivamente dai vari conflitti armati per la difesa dei contrapposti interessi economici e territoriali; causa dell’insorgere dei movimenti dittatoriali come marxismo, nazismo e fascismo che hanno seriamente minacciato la sopravvivenza del vessillo di libertà dell’umanità.
Dopo questo conflitto mondiale l’iniziativa delle nazioni più interessate, quelle europee, di creare organismi sovranazionali per evitare lo scoppio della seconda guerra mondiale fallì e non sortì l’effetto di evitare proprio questo conflitto, con la conseguenza della morte di milioni di persone e distruzioni immense. Ha avuto successo il secondo tentativo posto in essere da Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi, cioè il Trattato di Parigi del 1951, per dar vita ad una Comunità Europea, allo scopo di assimilare i beni e gli strumenti dei maggiori paesi europei per lo sviluppo dell’economia. La Comunità del carbone e dell’acciaio, ecco il primo tentativo riuscito: la CECA, ovvero il mercato comune europeo del carbone e dell’acciaio. Furono aboliti i dazi doganali, le restrizioni quantitative, e venne consolidato il principio della concorrenza, così da rendere quegli interessi compatibili tra loro e non più necessariamente conflittuali, dando inizio e sviluppo agli anni di pace con cui l’Europa ha goduto e di cui poco fa l’ambasciatore Benedetti parlava, con puntuale riferimento a chi ha pensato per primo, cioè Schuman, a questa idea.
La Comunità dunque nacque con questo valore prettamente economico e non politico come dimostra la bocciatura solenne da parte della Francia della proposta di una comunità di difesa militare comune, la CED. Non c’è quindi, tutto questo considerato, niente del passato, da rievocare per celebrare il presente. Ma invece c’è da costruire interamente tutto il futuro.
Quello di cui occorre prendere atto, con speranza, è che negli ultimi sessant’anni non si sono verificati conflitti e che l’Europa è andata quasi naturalmente prendendo coscienza delle necessità di dare all’Unione Europea un profilo politico che comprenda gli interessi economici, sociali e culturali di ogni nazione che ne fa parte. Si fa sempre più frequente una posizione comune su problemi internazionali, quali il rispetto dei diritti umani, indebita annessione di territori, la comune vigilanza nei confronti delle grandi potenze che operano nel Medio Oriente, la difesa delle libertà. Insomma, va delineandosi una direttrice politica comune che configura l’Unione Europea come entità politica di grandi dimensioni, le cui posizioni degli altri stati devono prenderne seria considerazione.
Tutto ciò avviene in un contesto mondiale che marcia rapidamente verso una globalizzazione delle aspirazioni e dei mezzi per una vita dignitosa. Segnale illuminante è l’esistenza del fenomeno delle migrazioni di massa. è illusorio ritenere che possa risolversi pacificamente con una politica di chiusura anziché di apertura dei popoli più fortunati vero persone che non hanno nulla e non per loro colpa ma che adesso pensano di avere il diritto di conquistarsi, come tutti, per sé e per i propri figli, un minimo di benessere. È questo disegno politico che oggi rischia di entrare in una crisi in grado di danneggiare o ritardare uno sviluppo morale, sociale ed economico dei paesi europei. Il rigurgito nazionalista che negli ultimi tempi si è manifestato nei maggiori paesi europei rischia di fare arretrare pericolosamente l’assetto politico europeo che per prosperare e rendere forti e autorevoli i paesi che ne fanno parte deve cedere ulteriore sovranità e non cercare di recuperare quella ceduta.
Io voterei volentieri il 4 marzo un movimento politico che sostenesse questo, è la pura verità. Ma è ragionevole immaginare una comunità che scenda in campo ogni volta che un demagogo lo chiede per difendere pretese anacronistiche e nocive in nome del sovranismo, che conduce dritto all’isolamento e alla decadenza? Ovvero, per mettere in discussione un sistema monetario che finora ci ha consentito di non essere travolti dai potenti e spietati creditori internazionali? Ovvero ancora, al fine di rinunciare ad un sistema di comunicazione che consentendoci di circolare liberamente in tutto il territorio europeo favorisce vicinanze umane tanto utili per stemperare le diversità? No. Non lo è. Al contrario, è irragionevole. Tale ipotesi tuttavia è dietro l’angolo, come abbiamo visto recentemente accadere in Francia, in Austria, in Olanda e come potrebbe accadere anche da noi con le elezioni del 4 marzo.
A fronte di un quadro sociale e politico nazionale e internazionale così scoraggiante è naturale che il cittadino comune tragga la conclusione della sua impotenza e si rifugi nell’amara conclusione “non posso farci niente”. Resta chiaro che a pagarne le conseguenze sarà chiamato proprio e ancora lui ed i suoi discendenti. Solamente se il nostro paese farà parte di una comunità politica di dimensioni europee, in grado di dire la sua nel contesto mondiale avrà la possibilità di mantenere la propria libertà, altrimenti inevitabilmente decadrà in un piccolo paese che per sopravvivere avrà bisogno di risorse, a cominciare da quelle energetiche che non possiede affatto. Insomma per noi adesso e per il futuro è necessaria una Unione europea sempre più coesa e solidale. E se non è possibile in questo momento ottenerla, occorre lavorare perché almeno resti viva la concreta prospettiva. È questo il senso della seconda parte del titolo del seminario ‘per una nuova cittadinanza solidale’. Ed è presto detto cosa vuol dire “cittadinanza solidale”. Significa porre le basi per un amalgama umano, specialmente tra le nazioni, che le faccia sentire i fautori indispensabili del futuro dell’Europa, in cui devono convivere con gli stessi diritti e gli stessi doveri, ovviamente non rinunciando alle specificità ideali, culturali e umane che caratterizzano un popolo rispetto ad un altro. L’attività dell’AESI negli ultimi anni, e specialmente i riscontri nelle università estere, dimostra che i giovani di paesi diversi sono entusiasti di incontrarsi, fraternizzare, discutere su un comune destino. E anche io, a questo punto, mi associo ai ringraziamenti al presidente Caneva e a tutti coloro che hanno collaborato in questo disegno sublime per aver compreso, soprattutto, che era necessario realizzarlo. Intendiamoci, nessuno di noi, e neanche nessuno dei nostri figli, nipoti o bisnipoti sarà un Presidente del Consiglio europeo nominato da un Parlamento Europeo eletto senza distinzioni nazionali, cioè dal popolo europeo: per questo bisogna attendere almeno, forse, un paio di secoli. Tutti noi abbiamo desiderato essere presenti quando il popolo europeo si sentirà tale, ma a noi è stato assegnato il compito importante di far avanzare la nascita del popolo europeo, compito di cui oggi rispondiamo in mezzo alle difficoltà che ci frenano e disturbano, in opposizione a coloro che non credono che questo sogno possa diventare realtà. A noi tocca il compito di lottare per evitare passi indietro e per farne in avanti, per consolidare nelle istituzioni e soprattutto nei cuori il progetto politico dell’unità europea. Così anche questo seminario diventa un mattone per l’edificazione dell’Europa e ogni atto, seppur piccolo e apparentemente insignificante, che ognuno di noi farà in futuro per questo scopo sarà invece prezioso. Lasciate che concluda rivolgendo a voi l’augurio e l’esortazione che rivolgo a me stesso: di spenderci per questo fine fino all’ultimo giorno della nostra vita. Grazie.