La Costruzione Europea secondo Schuman

Il mio breve intervento non è finalizzato a darvi indicazioni assertive, spera soltanto di indurre a porvi alcuni problemi. Questo è lo spirito con cui dirò queste brevi parole. È stato pubblicato di recente in Italia, un piccolo volume con la traduzione italiana degli interventi sull’Europa più importanti effettuati da Robert Schuman nel corso di oltre un decennio dalla fine degli anni Quaranta, l’inizio degli anni Cinquanta, e per tutto il decennio degli anni Cinquanta. È un libretto di illuminante lettura.
Voi sapete che Schuman, ve lo dico brevemente perché sono nozioni che già avete, è considerato uno dei tre fondamentali padri dell’Europa insieme a De Gasperi e Adenauer. Quello che mi ha sempre colpito è la caratteristica che unisce questi tre personaggi: tutti e tre erano uomini di frontiera, frontiera tra Francia e Germania, e tra Italia ed Austria, comunque mondo tedesco; tutti e tre erano profondamente e sinceramente cattolici e tutti e tre parlavano tedesco. Ebbene, Schumann, come senz’altro saprete, è alla base della costruzione europea, che iniziò appunto con la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, e che lui promosse, dal punto di vista politico, con una dichiarazione unilaterale, che è rimasta e resterà così per la Storia, del 9 maggio 1950.
Per Schuman la costruzione europea era inevitabile, era imprescindibile, era lo sbocco naturale di tutte le tragedie, di tutti i drammi della storia europea, e nella breve prefazione in questo volumetto fatta da Romano Prodi, egli dice giustamente che, secondo Schuman, l’Europa doveva basarsi sul Cristianesimo e sulla solidarietà. Il termine “solidarietà” è stato evocato molte volte questa sera da tutti gli oratori. Ora, da quegli anni, dagli anni Cinquanta all’inizio degli anni Sessanta, l’Europa ha fatto dei passi giganteschi, ha raggiunto risultati straordinari, non soltanto sul piano economico ma sul piano della civiltà e della pace; anche se quando si parla della grande efficacia, inoppugnabile, che l’Europa ha avuto nel creare la pace in Europa, non bisogna mai dimenticare che c’è stato anche il fattore degli Stati Uniti e dell’alleanza atlantica che l’ha certamente agevolata. Ebbene, questi risultati sono di natura tale che, nella storia recente e anche attualmente, l’Europa viene considerata come un paradigma, un esempio di cooperazione regionale: tutti gli sforzi, ad esempio fatti in America Latina, di cooperazione regionale si ispirano all’esempio dell’Unione Europea.
Però, come è stato altresì ricordato, l’Europa nonostante tutti questi successi, questi enormi progressi, si trova da qualche anno, da più di un anno, in una situazione di stallo: si rende necessario, a giudizio di molti e la cosa è stata ricordata anche qui stasera, c’è bisogno di un salto di qualità. D’altronde questo salto di qualità l’aveva previsto lo stesso Schuman, il quale aveva detto che l’integrazione economica deve essere graduale, continua, progressiva, non bisogna fare delle corse in avanti; puntare, ma come meta lontana, ad una qualche condizione federale. Ma sottolineò che l’integrazione economica ad un certo momento avrà bisogno di una dimensione politica ed è questo il grande passo, il grande quesito, il grande problema, con cui si trova confrontata, in sintesi, l’Europa in questo momento.
Chiediamoci quali sono state le vere forze che hanno spinto Schuman e tanti altri, e l’opinione pubblica dell’epoca nei vari paesi europei, a puntare sulla costruzione europea. Io vedo essenzialmente tre motivazioni topiche. Le prime due sono di carattere negativo. C’era innanzitutto l’orrore del pensiero che l’Europa potesse ricadere nelle tragedie dei trent’anni precedenti, delle due guerre mondiali. In secondo luogo, e la cosa si va dimenticando, c’era l’Europa occidentale che era sotto un’impressione forte di un possibile attacco o invasione da parte dell’Unione Sovietica e quindi del comunismo. E la terza motivazione, questa positiva, era che dopo le grandi difficoltà, i grandi sacrifici, i drammi della guerra, c’era un moto rinnovato di forza, di ottimismo, di capacità di lavorare per il futuro che si era impadronito dei paesi europei, che era animato da questa visione cristiana che era prevalente all’epoca sia tra le élite che, in genere, tra le opinioni pubbliche, non escluse anche quelle che si richiamavano a motivazioni di sinistra.
Ebbene, di queste tre motivazioni che cosa resta attualmente? L’orrore per la guerra si è dissipato: chi non ha partecipato ad una guerra sui campi di battaglia o nelle città colpite dai bombardamenti o nelle famiglie che hanno perso dei cari non ha la percezione di quello che è la guerra. E voi, come nuove generazioni, certamente non avete questa percezione: la brutalità, la durezza, la disumanità della guerra. Dall’altro verso, il pericolo dell’URSS è svanito, letteralmente svanito; è stata una grande vittoria della democrazia. Anche se non bisogna scordare che la Russia, diciamo la Russia “tradizionale”, la Russia “zarista”, che si ritrova nella figura di Putin, soprattutto in questi ultimi anni continua a presentare qualche minaccia per la sicurezza europea. Ma è il terzo elemento, che ricordo era in senso positivo, che è venuto fondamentalmente meno, ed è l’ispirazione cristiana.
La stessa Europa, e non faccio critiche e non rivendico assolutamente nulla, al momento di negoziare il trattato costituzionale, alla fine, dopo lunghe perplessità, lunghi conciliaboli, ha preferito non menzionare l’origine giudeo-cristiana dell’Europa. Ed è questo il grande fattore, a mio giudizio, che ci deve portare a sollevare delle questioni sul futuro dell’Europa. D’altronde, ripeto non voglio fare nessuna obiezione e nessuna critica a questa decisione dell’Europa, anche perché in realtà fotografava quella che era l’Europa della fine degli anni Novanta, dell’inizio degli anni Duemila e che perdura attualmente: l’Europa è il continente che conosce un processo di secolarizzazione che non ha eguali in nessun altro continente; anzi in altri continenti si possono affacciare indicazioni di un risveglio religioso, l’Europa certamente sino ad oggi non può dire di aver invertito la rotta.
E allora, a questo punto, uno si chiede, ed è il quesito propriamente congruo a voi: ma troveranno i nostri paesi la forza, la fiducia, l’ottimismo per fare quel salto di qualità che tutti stiamo considerando come indispensabile per costruire un’Europa, direi, “definitiva”?  Basteranno soltanto le cointeressenze economiche, le speranze di ampliare i commerci, i vantaggi attesi dal rigore finanziario? Questo è il grande problema e questo è il predicament con cui si trova confrontata l’Unione Europea, l’Europa e le popolazioni europee, e con cui si trova confrontata la vostra generazione, su cui ricade la responsabilità di portare il peso della Storia con tutte le sue contraddizioni e con tutte le sue vicissitudini per i prossimi trenta, quaranta, cinquanta anni.
Vi lascio mettendovi a parte di due, tre piccole perle che ho trovato in questo piccolo libro e che forse, nell’atmosfera attuale di assoluta secolarizzazione, qualcuno di voi le troverà non dico inopportune ma forse fuori luogo; sono affermazioni di Schuman. Schuman dice che “il fondamento primo ed ultimo della democrazia è il Cristianesimo”. Basta fare una breve riflessione pensando a quello che ha dato il Cristianesimo come identità, vigore alla persona umana con tutti i suoi diritti e la sua dignità per arrivare a questa conclusione. Certo poi c’è stato l’Illuminismo. Per l’amor del Cielo, nessuno vuole togliere i meriti storici, ma se voi pensate a duemila anni di Storia l’affermazione di Schuman è verissima: la democrazia riposa nel Cristianesimo. Seconda piccola perla, dice Schuman, questo settanta anni fa, “la partecipazione alla vita politica e alla vita civile non potrà essere in fondo positiva se non è animata da un sentimento religioso” e mi permetto di aggiungere al sentimento religioso anche ispirazioni di carattere laico, non laicista ma laico, che siano però ispirazioni di alta spiritualità e di alta umanità. E alla fine, l’ultima cosa che volevo ricordare di Schuman, è che settanta anni fa, a più riprese, dice che “uno degli obbiettivi dell’Europa futura sarà quello di creare una partnership con l’Africa ai fini di un reciproco progresso”. Se voi pensate a quante volte viene richiamata l’Africa con i suoi problemi, e non soltanto dal punto di vista migratorio, è stato ricordato anche qui stasera, si può dire che Schuman è stato anche da questo punto di vista preveggente. Grazie.