Radici, Identità, Cittadinanza e Sovranità Europea

Cari ragazzi e ragazze buonasera a tutti. Non parlerò moltissimo e la prima cosa che dico, che non è un atto dovuto, è che anch’io ringrazio l’AESI per un rapporto ormai molto lungo e consolidato che pone sempre una domanda, che in realtà ho posto anche a chi ho salutato nel precedente corso: non ricordo quando ho conosciuto il professor Caneva. E lo dico seriamente, non me lo ricordo. Ho cercato nella mia memoria storica proprio perché il professore, la persona che sta accanto a me, ha il lodevole e testardo compito di voler fare qualcosa di importante per i giovani studenti come voi e quindi già lo ringrazio in anticipo, lo farò probabilmente anche alla fine. E lo ringrazio anche perché, per quanto mi riguarda, essendo stato tanto tempo fa giovane come voi, stavo dall’altra parte di questa meravigliosa sala del Refettorio del Senato, la biblioteca del Senato, che ho imparato a conoscere già da bambino: casualmente il predecessore di colui che ha organizzato l’evento di oggi è una mia vicina di casa e quindi questo luogo per me rappresenta moltissimo, ed è la prima volta che mi trovo da questa parte e non dall’altra. Volevo fare un doppio ringraziamento al professore.
Anch’io riprendo quello che già alcuni di noi hanno fatto, e quindi il terzo complimento al professore è per la maestria nel concentrare in un titolo così lodevole un programma di lavoro pluriennale.
Titolo esemplificativo: ‘Le radici’, che sono ampie e variegate; ‘L’identità’, che è un concetto su cui l’Europa ha giocato, e continua a giocare, perché non riesce a definirla nel momento in cui vuole farlo; ‘La cittadinanza’, che è l’essenza della democrazia. È quello di cui parlerebbe oggi Macron, e ancor più dell’importanza per la democrazia della sovranità europea: questo è il concetto nuovo che ha introdotto il neopresidente della Repubblica. Nessuno di noi ha mai parlato di sovranità europea. Abbiamo sempre parlato di sovranità nazionale. Poi il termine ‘solidale’, che in una sorta di gioco dell’oca ci fa ricominciare la storia dell’integrazione europea.  Anche perché l’Europa solidale, in questo caso parliamo di cittadinanza solidale, ci evoca quel cemento su cui è stata impastata la dichiarazione Schuman e su cui è stata costruita l’integrazione europea, la costruzione comunitaria. Quel cemento purtroppo che non ha più quella sua solidità, anzi, che si è un po’ sfarinato per i colpi degli organismi nazionali che quel cemento vedono con meno simpatia, almeno alcuni di questi Stati.
Ora, vorrei ricominciare da capo e riprendere tutti gli elementi di questo titolo. Perciò se dico alcune cose, mi piacerebbe ricordarle insieme a voi.
La prima cosa è che vi ho già visto all’opera nei vostri colloqui per essere qui tra noi oggi, molto impegnati e molto attenti proprio per mostrare la vostra voglia di crescere e di curiosità. L’appuntamento con lo Spazio Europa l’avete già realizzato per giungere a questa sera.
La seconda: sono stati evocati due elementi, che sono forti e chiari e che provengono da questo particolare summit che non è formale ma informale, stiamo parlando di Davos, che appunto il direttore della biblioteca ha ripreso. Effettivamente c’è un problema di disuguaglianza se l’1% della popolazione mondiale detiene l’82% della ricchezza, ed è quest’elemento che esce da lì. Il secondo elemento, che dovrebbe inquietare molti di noi, e probabilmente inquieta gli economisti e i decision maker europei, è che la principale protagonista, sto parlando di Christine Lagarde, il direttore del Fondo Monetario Internazionale, ha parlato in maniera molto particolare, perché normalmente gli economisti parlano di rescissione congiunturale. La Lagarde ha fatto un rovesciamento del lessico: ‘Siamo di fronte ad una crescita congiunturale’. Badate bene che non è un movimento strutturale. Il che significa, collegando ciò con tutta la questione dei populismi eccetera, che la guardia deve essere non alta, ma altissima per tutti coloro che hanno responsabilità nella politica europea.
Un riferimento a quando il professor Caneva parlava dell’opacità: è finito il tempo di quello che Jacques Delors chiamava le 'istituzioni europee come maschere senza volto’. Ormai le istituzioni europee, il Parlamento e la Commissione, ci devono mettere la faccia e lo faranno più o meno giornalmente, proprio per evitare di sembrare opachi e di considerare la politica europea solo per questo elemento di palazzo.
Ancora, quando il dottor Meneghini è andato via e purtroppo, non mi può ascoltare, vi ha parlato di un concetto molto caro a chi si occupa di comunicazione da troppo tempo, cioè delle ‘eurobufale’, ovvero tutte quelle notizie che oggi chiamiamo fake news. Sono quelle notizie non vere provenienti da Bruxelles, di cui lui ne ha citate alcune che non esistono più. Io volevo provocarlo, avendo capito che è aostano: “guarda che proprio oggi la Commissione ha deciso di togliere dai mercati il lardo di Arnad”. Avrei voluto vedere la sua reazione. Naturalmente è una fake news, è qualcosa che non esiste. Come non esistono o lo sono state in maniera molto meno intensa rispetto a quello che ci hanno voluto far credere, tutte quelle notizie rispetto al carico dei pisellini, al carico delle banane oppure alle dimensioni della fragola. Potrei raccontarvene di ogni, fino al divieto di utilizzare, per cuocere le pizze, il forno a legna. In realtà in questo do ragione al direttore dell’Ufficio per il Parlamento Europeo, cioè che questo è fatto molto spesso per deviare l’attenzione della pubblica opinione sui fatti importanti dell’integrazione.
L’altra considerazione da fare sulle parole sempre di Meneghini è sul fatto che la stampa, o noi comunicatori, non riusciamo a far interessare la pubblica opinione. Non riusciamo a far conoscere una legislazione perché non è sexy. Secondo voi è sexy se a un telegiornale nazionale si parla, probabilmente, dello ius soli? Certo che è sexy, ma non lo è per la notizia in sé, ma perché è una questione ‘politicamente contendibile’, nel senso che ci sono alcune forze a favore e altre contrarie.
All’interno del Parlamento questa contendibilità purtroppo non c’è, perché le forze politiche del Parlamento Europeo, e in particolare quelle del Partito Popolare Europeo e del Partito Socialista, hanno sostanzialmente le stesse posizioni e quindi gli elettori o anche semplicemente coloro che vogliono giudicare politicamente qualcosa che proviene da Bruxelles sono smarriti, non capiscono. Ciò consente, per esempio, in un’ottica che io chiamo in questo momento di ‘grande centro’, di aumentare le possibilità di gruppi che ora non sono più marginali cioè i populisti, i socialisti che hanno posizioni diverse e quindi distinte da quelle che provengono da Strasburgo e da Bruxelles, e che hanno facile gioco distribuendosi per attrarre i voti di protesta o anche di quelli appunto di euroscetticismo, di euro-ostilità o anche di eurocontrarietà. Questa è un’altra considerazione.
Come un’altra considerazione da fare, e sempre parlando dell’attualità europea, è che effettivamente dal 2007 siamo arrivati a quella che probabilmente può essere considerata la crisi più intensa della costruzione comunitaria. Ci sono piovute addosso una serie di questioni che sono quella economica, che in realtà ci portiamo avanti dall’inizio degli anni novanta e che è divenuta sempre più intensa: la questione dei rifugiati o comunque dell’enorme flusso di immigrazione; la questione del terrorismo e quindi della sicurezza condite infine dal fenomeno inglese della Brexit.
Questa crisi ha provocato sostanzialmente due fratture: una verticale e l’altra orizzontale in termini geografici. Quella nord-sud, riguardante l’economia e che quindi ha diviso un po’ lo schieramento europeo tra rigoristi, cioè coloro che vogliono l’austerità, e coloro che vogliono la crescita. L’altra frattura è quella tra est e ovest tra coloro che vogliono accogliere, parlando dei rifugiati naturalmente, e coloro che hanno un atteggiamento molto più riservato. Queste sono due fratture che hanno, e qui torna il discorso iniziale, sfarinato il cemento della solidarietà, che rimane il vero grande valore della costruzione comunitaria.
Questo era il senso del mio ragionamento: affrontare il percorso che vi offre l’AESI in questa stagione, in quest’anno accademico, per rendervi partecipi di questa complessità, ben sapendo che alcune vicende avranno molta influenza sul processo d’integrazione.
Poco spazio, e anche questo secondo me dovrebbe essere un elemento di riflessione per quanto mi riguarda, è stato dato alla fine dai giornali a questa novità politica, e mi rivolgo anche agli amici ambasciatori, del trattato del Quirinale. Il trattato del Quririnale è la risposta a quello che io chiamo ‘trattato di sincronizzazione’ del ’63 tra Francia e Germania che è stato rinnovato recentemente, questa settimana il ventidue, e che dovrebbe ridare, in attesa del nuovo governo tedesco, quella spinta in più al processo d’integrazione europea. Anche l’Italia, su tale spinta, ha pensato bene di realizzare insieme alla Francia questo progetto. Sarebbe interessante, proprio con l’apporto storiografico da parte dei protagonisti della diplomazia europea di quegli anni, capire come questo elemento nuovo italiano a carattere bilaterale, su cui c’è anche molto da ragionare e da confrontare, si pone nel seguito del processo d’integrazione europea.
Questo processo di apprendimento che vi approntate a fare ha come sfondo, e sto per concludere, l’affermazione della cittadinanza europea, concetto che spesso ci dimentichiamo. Spesso qualcuno cerca di voler nascondere tale concetto rispetto all’affermazione della cittadinanza nazionale, ma ciò è l’essenza, appunto, di quello che possiamo chiamare ‘nazionalità europea’, che è un elemento in più offerto da Macron nel tentativo di tracciare il futuro dell’Europa. Un futuro sempre più condizionato da elementi di cooperazione intergovernativa e da un metodo comunitario di interdipendenza e integrazione, senza dimenticare, come ci ricordano alcuni europeisti in Italia che recentemente hanno realizzato delle assise a Milano, che esiste sempre sullo sfondo quel concetto degli ‘Stati uniti d’Europa’, che non è un concetto espresso, per intenderci, da Altiero Spinelli che avete conosciuto bene, ma che rimane l’elemento fondante per riuscire a trasformare l’Unione Europea in una entità politica a basi federali dove l’aspetto localistico che sottolineava Meneghini venga messo in comunione nell’Europa che unisce. Perché non è l’Europa che divide.