Le Relazioni Italia-Francia

“Due cugini, i quali pensano entrambi di essere i più belli” (Franco Venturini al “The Economist”, 2017)

La storia europea è stata da sempre costellata da miriadi di conflitti, oggi, diversamente, all’Unione Europea dobbiamo questo lungo periodo di pace. Con il passare degli anni però l’entusiasmo è calato, nelle elezioni per il Parlamento europeo l’affluenza complessiva è scesa dal 62% del 1979 ad appena il 43,1% del 2014 (Giddens-Suttons, Eurostat 2014). Ovviamente ci possono essere una moltitudine di fattori, a partire dal fatto che si è passati da 9 a 28 paesi, ma è lecito affermare che vi sia una maggiore disaffezione nel sistema Europa. Molti oggi ritengono che si sia arrivati ad un bivio: o si accelera il processo di ‘integrazione europea’ o l’Unione rischia di fallire (Canonica-Padoan, 2014).

La recente crisi dell’Euro ha certamente rallentato il processo d’integrazione, ma un altro grande ostacolo a quest’ultimo è da ricercarsi nelle relazioni tra gli stessi paesi che compongono l’Unione, ed è su questo che vorrei concentrarmi, nello specifico tra due membri fondatori e tra i più importanti: Italia e Francia.

Amore e odio

Le relazioni economiche fra i due paesi sono molto positive: entrambi i paesi costituiscono l’uno per l’altro il secondo partner economico e commerciale con all’incirca 80 miliardi di euro di scambi annuali; la Francia è anche il primo investitore in Italia e l’Italia il quinto in Francia (Ambafrance.org, 2017). Inoltre sono tre i grandi settori che rappresentano i pilastri della cooperazione industriale: l’aerospaziale, i trasporti e l’energia; la cooperazione riguarda però anche il settore agroalimentare, le telecomunicazioni, la ricerca, la difesa e la cultura. In quest’ultimo comparto, l’esempio più noto è rappresentato dall’EsaBac (certificazione che permette agli allievi italiani e francesi di conseguire con un solo esame due diplomi: l’Esame di Stato italiano e il Baccalauréat francese). I due paesi inoltre tengono incontri bilaterali a cadenza annuale e proprio nel 2018 festeggeranno il 35° anniversario.

Se quindi possiamo affermare che le relazioni fra i due paesi in tutti questi settori sono certamente positive, lo stesso non potrebbe essere detto però dal punto di vista della politica estera, soprattutto per quanto riguarda l’area del Mediterraneo (Charlemagne, 2017). Per evitare di dilungarmi troppo mi concentrerò sul 2017, anno caratterizzato dalla presidenza Macron, il più caratteristico dal 2011 ad oggi.

Crisi dei migranti

Il primo punto di crisi riguarda la questione migranti; agli inizi del 2017 l’Italia aveva chiesto con fermezza che l’Europa e quindi la Francia stessa prendessero velocemente posizione e cominciassero a fornire al paese il supporto necessario per affrontare il problema (Gutteridge, 2017). Da mesi l’Italia chiedeva in sintesi tre cose per far fronte all’alto numero di arrivi nel nostro paese: una riforma del regolamento di Dublino che sollevi i paesi di primo sbarco dell’onere di farsi carico dei migranti; di far funzionare il meccanismo dei ricollocamenti e infine la disponibilità di altri Paesi ad accogliere le navi cariche di migranti (Lania, 2017). A partire dal 29 giugno stesso durante un vertice tenuto a Berlino però Macron ribadì: “Bisogna accogliere i rifugiati politici che corrono un rischio reale, senza però confonderli con i migranti economici e senza abbandonare l’indispensabile mantenimento delle nostre frontiere”. Con queste parole il Presidente francese stupì buona parte dei suoi elettori e paesi sostenitori, come l’Italia stessa, dove giornali e social network diedero alle parole di Macron un certo peso (Lania, 2017).

Crisi libica

Le affermazioni del Presidente francese e le reazioni dei media italiani ci inducono ad approfondire la sensibile questione libica che mette in luce tutti i problemi della diplomazia fra i due grandi paesi europei: Facciamo un passo indietro, nel 2011 Nicolas Sarkozy, pochi giorni dopo lo scoppio delle rivolte nel paese nordafricano, chiese una riunione urgente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per prendere adeguate misure nei confronti della repressione delle insurrezioni da parte del regime di Muammar Gheddafi. Scoppiò così una guerra che da un lato era fortemente voluta dai francesi, dall’altro almeno inizialmente osteggiata dal governo italiano che cercava di proteggere i propri interessi nella regione, in Libia oltre ad ENI infatti, vi era la presenza di migliaia di italiani e di altrettante piccole e medie imprese (Mercuri, 2017). A partire dalla caduta di Gheddafi la Libia però è diventata un luogo di scontri continui e nonostante gli accordi di Skhirat del 2015, volti a risolvere la situazione e formare un governo unico, il paese è sotto l’influenza di due protagonisti, al Serraj ed il generale al Haftar, che mantiene sotto controllo la parte più orientale della Libia nonché i principali pozzi petroliferi del paese (Wikipedia, 2016).

La questione si riaccende nel luglio del 2017, il presidente francese invita al Sarraj e al Haftar a Parigi. Con il mancato invito della delegazione italiana ai colloqui, la Francia sembrava voler assumere un ruolo da protagonista nel contesto libico, mentre l’Italia appariva essere il Paese più danneggiato dal rinnovato protagonismo francese. La stretta di mano fra i due rivali libici fu il primo concreto successo di Macron. Gentiloni fu informato che Haftar e Sarraj avevano accettato un cessate il fuoco, e avevano concordato sulla necessità di arrivare a elezioni politiche generali e presidenziali nella primavera del 2018 (Madia, 2017). Anche in questo caso la stampa italiana non risparmiò l’operato francese, la Francia venne infatti accusata di stare cercando di escludere o perlomeno ridimensionare l’ingombrante presenza italiana in Libia, ai danni ovviamente del nostro paese. È anche vero però che fummo noi per primi a danneggiare la nostra posizione nel paese nordafricano supportando il debole governo di al Serraj, mentre la Francia strinse relazioni sempre più strette con al Haftar, considerato il vero padrone della Libia odierna (Madia, 2017).

Fincantieri e Stx

Ultimo punto che caratterizzò la scena del 2017 fu l’acceso dibattito che si svolse intorno a Stx France e quindi ai cantieri navali di Saint-Nazaire: il 12 aprile dello stesso anno durante la presidenza Hollande, Francia e Italia erano convenute ad un accordo, Fincantieri avrebbe avuto una quota del 48% che assicurava la maggioranza, con il 7% circa acquisito dalla Fondazione CrTrieste e un 12% dal gruppo specializzato nei sistemi di difesa marittimi Dcns, ciò garantiva all’Italia il 67% lasciato dai coreani, mentre lo Stato francese avrebbe mantenuto così il 33% già di sua proprietà. Nelle ultime settimane di luglio però il governo francese disse che non era più disposto ad accettare che Fincantieri avesse una quota di controllo sulla società francese, ma era disposto a condividere il capitale azionario della società al 50%. Il ministro dell’Economia francese, Le Maire, spiegò la sua decisione con la volontà di proteggere un’azienda strategica per la Francia e di tutelarne l’occupazione. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e quello dello Sviluppo economico Carlo Calenda risposero alla decisione francese con un comunicato molto duro. “Riteniamo grave e incomprensibile la decisione del Governo francese di non dare seguito ad accordi già conclusi, nazionalismo e protezionismo non sono basi accettabili su cui regolare i rapporti tra due grandi paesi europei. Per realizzare progetti condivisi servono fiducia e rispetto reciproco”, sottolineando così la presa di posizione del governo italiano davanti ad una mossa considerata innanzitutto politica, ma anche inaspettata (Il Post, 2017).

Certo, il governo italiano non è solo vittima in tutto questo, Parigi ha delle argomentazioni: anche l’Italia protegge le sue imprese, come dimostrano i problemi in cui è incorsa Vivendi con Mediaset, dove il governo italiano minaccia l'uso dei poteri speciali noti come "golden power", che permettono allo Stato di blindare le aziende strategiche. Essendo una faccenda abbastanza complicata mi limiterò a precisare che Gentiloni ha ribadito però che la situazione in questo caso è differente, in quanto qui si tratta di aziende private (Mauro, 2017). La Francia inoltre accusa l’Italia di aver commesso degli errori nella gestione dei flussi di migranti e che le sue iniziative in Europa sembrano un po’ sconclusionate in quanto nei confronti della Libia si è mostrata a lungo inerte (Lazar, 2017).

Conclusioni

Detto ciò, delle domande sorgono spontanee ed appare sempre più chiaro che il nazionalismo, l’onore e l’orgoglio possono essere propri dei singoli uomini, ma non dovrebbero assolutamente esserlo dei governi. Come si può pretendere di accelerare il processo di integrazione europea, di istruire le persone alla solidarietà e di convincere i popoli a collaborare se i singoli stati europei ancora non riescono ad ergersi come esempi perfetti di tutte queste caratteristiche (Canonica-Padoan, 2014)?

 

Riferimenti Bibliografici

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