Geopolitica e diplomazia nelle crisi del Mediterraneo

Il Mediterraneo è un’area di mare piccola se vista su un planisfero, ma estremamente importante per i risvolti geopolitici di interesse, non solo regionale, ma mondiale. È difficile e complicato delimitare le aree di influenza nella regione. Le sfide sono molteplici, a cominciare dalla crisi migratoria che coinvolge tutti i paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo, e non solo. Gli scambi commerciali e scientifici, la lotta al terrorismo, la promozione di diritti, investimenti e libertà religiose ne delineano la complessità di soluzione della crisi.

In un’epoca di cambiamenti per l’Italia, l’Unione europea e per moltissimi altri paesi, le sfide, mosse in contesti articolati, sono l’opportunità di sviluppo. Bisogna cogliere i segnali, affrontare le difficoltà e prospettare la crescita in sicurezza.

Non bisogna, però, dimenticare il perimetro delle sfide, il “nuovo Mediterraneo” (se così si può definire) si è esteso progressivamente oltre le sponde nord e sud, coinvolgendo appieno il Medio Oriente, i Balcani, il Golfo Persico e tutta la fascia dell’Africa che si estende da occidente, attraversando il Sahel[1], giungendo sino al Golfo di Aden.

Nel corso degli anni è stato caratterizzato dalla nascita di nuove faglie, nuove aree di influenza politica e militare. Dall’intervento in Iraq del 2003 alla manifestazione delle “Primavere arabe”, l’affermazione di Daesh, le aspirazioni egemoniche delle potenze regionali hanno frammentato sempre più lo “scacchiere” del Mediterraneo permettendo a protagonisti internazionali, come la Federazione Russa, di tornare ad avere un ruolo di primo piano nell’area.

Arabia Saudita, Iran, Turchia, Egitto ed Israele sono diventati sempre più competitivi nello scenario attuale dove hanno un peso specifico rilevante.  Il  conflitto siriano; la corsa contro il tempo per la stabilizzazione della Libia; una sempre più articolata stabilità in Iraq; il continuo contenzioso tra Israele e Palestina; la crisi yemenita; le crisi economiche e le politiche di Tunisia ed Egitto, pronte a sfociare in una nuova primavera araba repentinamente; la crisi tra il Qatar ed Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein; le nuove politiche turche; la situazione di Cipro; i Balcani;  sono solo le dirette conseguenze delle faglie che si sono venute a creare nelle aree contigue al Mediterraneo.

La nuova politica della via della seta varata dalla Repubblica Popolare Cinese, l’allargamento del canale di Panama e il raddoppio del canale di Suez, il ruolo centrale come snodo economico e turistico del Mediterraneo invertono la tendenza dell’emarginazione storica dell’area. L’apertura della base navale cinese a Gibuti e l’acquisizione del controllo del porto del Pireo da parte della Cina tramite il COSCO ne sono la dimostrazione.

Il Mediterraneo è divenuto il centro geo-strategico delle politiche internazionali per interessi economici e di sicurezza. Le migrazioni, la scarsità idrica e la desertificazione, pressioni demografiche e sviluppo sostenibile richiedono un approccio multilaterale globale. Sono sfide che non possono essere risolte costruendo muri o arginando il problema con soluzioni emergenziali, ma richiedono una condivisione di valori, espressione di identità culturali e di coesione politica e sociale tra popoli.

La soluzione lungimirante deve essere coadiuvata con un’azione in ambito NATO, OSCE e UE, oltre alle attività svolte sotto egida delle Nazioni Unite. L’inadeguatezza delle misure adottate per la soluzione della crisi siriana e per gli errori commessi in Iraq e in Libia, pongono la comunità internazionale davanti a nuove responsabilità al fine di individuare la misura dell’impegno nella regione. I protagonisti internazionali non devono più essere le potenze che conducono gli attori locali all’individuazione di equilibri momentanei (di cui si è avuta dimostrazione della scarsa efficacia). Piuttosto, i protagonisti, devono essere gli attori locali determinando la propria sicurezza e quella di vicinato, supportati dalla comunità internazionale che deve avere un ruolo centrale di supporto. Non possono più essere la Federazione Russa, gli Stati Uniti d’America o i singoli Stati europei, come non lo potranno essere in futuro la Repubblica Popolare Cinese ed India, considerata l’ascesa dell’ultimo decennio.

Le soluzioni multilaterali sono la soluzione delle sfide. La cooperazione è il tratto caratterizzante per lo sviluppo. È il metodo di cui si avvale la diplomazia per aprire le porte ad un dialogo disteso e fraterno. La strategia multidimensionale evidenzia l’importanza della politica, dell’economia, dell’università e del contributo che la cultura fornisce per il futuro.

Sono queste le soluzioni condivise di lungo periodo preservando le tradizioni, culture, etnie e religioni facendole interagire tra loro al fine di apprendere i valori altrui.

La globalizzazione ha determinato l’interdipendenza tra stati accentuata in alcune aree geografiche, oggetto di culture e valori differenti e di forte interesse geo-strategico. Nel caso del Mediterraneo, inoltre, si trova un forte interesse energetico ed infrastrutturale che richiede di lavorare in un’ottica di sviluppo economico congiunto, infra-regionale, oltre che lungo la linea nord-sud (Europa-Africa). Tutti gli attori sono rilevanti, i Paesi del Golfo, i Paesi europei, Stati Uniti d’America, Federazione Russa, Repubblica Popolare Cinese e tutti gli investitori privati, senza tralasciare gli Stati che si affacciano sul Mar Nero e gli Stati dei Balcani.

Lo sviluppo impone l’individuazione di politiche efficaci di cooperazione e l’Italia, secondo questa logica, sta avviando progetti con la Libia, il Niger, il Ciad e la Tunisia, anche se, sicuramente, si intravedono già delle lacune di progettazione, ma sono l’inizio della lunga strada da intraprendere di cooperazione ed integrazione.

Con consapevolezza, riconoscendosi, rispettandosi e interagendo, l’originalità delle culture Mediterranee contribuiranno allo sviluppo in modo determinante, preservando il patrimonio culturale e promuovendone il dialogo.

Inevitabilmente, però, si dovrà contare su una rilegittimazione degli Stati, come nei noti casi complessi della Libia e della Siria.

Non si può negare che gli eventuali nuovi assetti regionali verranno stabiliti tramite un contributo militare, politico ed economico uniti da un’imprescindibile apporto di valori che ne definiscano il campo di azione e prospettino una lungimirante cooperazione tra popoli rispettando le culture e le tradizioni altrui.

[1]Sahel dall’arabo Sahil “bordo del deserto”. È una fascia di territorio che copre i seguenti stati: Gambia, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Algeria, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan, Sud-Sudan ed Eritrea.


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