Quale “spada diplomatica” per dirimere le crisi del Mediterraneo?

In quarantadue anni di lavoro come ambasciatore mi sono occupato del Mediterraneo, a più riprese. Dal 1993 al 1998 sono stato a capo dell’Ufficio per le Relazioni Economiche Bilaterali con i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente fino ai territori iraniani, esclusi la Turchia e Israele. Per circa nove anni ho lavorato alla NATO, presso la Rappresentanza italiana a Bruxelles, quando ancora vi erano il Blocco di Varsavia e l’Unione Sovietica; poi una seconda volta quando quest’ultima era svanita e si parlava della nuova Alleanza Atlantica. Ma già durante il periodo della Guerra Fredda, nell’area Mediterraneo si registravano alcuni problemi.

Uno spunto di riflessione può partire dalla presenza russa nel Mar Mediterraneo. Una presenza che per secoli è stata negata ai russi dalle altre nazioni, con più o meno la complicità dell’Impero Ottomano, per evitare che la flotta russa arrivasse nel “mare caldo”; all’epoca, infatti, la flotta era bloccata sul Baltico dai ghiacci e dall’altro lato le era osteggiato l’accesso nel Mediterraneo.

Durante tutta la Guerra Fredda, quindi, si era riusciti ad impedire che la Sovmedron, l’armata navale dell’Unione Sovietica nel Mar Mediterraneo, vantasse una presenza fissa nel nostro mare. A tale scopo furono realizzati anche vari accordi con Malta, paese estraneo all’alleanza atlantica, per evitare che divenisse una base per l’Unione Sovietica.

Oggi, invece, la situazione è radicalmente mutata. Assistiamo, infatti, ad un periodo in cui Putin vanta una o forse anche due basi in Siria e in sostanza in tutto il bacino del Mediterraneo. Si è passati da una situazione di negata presenza russa all’epoca degli zar e dell’Unione Sovietica ad un periodo, quello attuale, in cui Putin spadroneggia in tutto il Mediterraneo. E purtroppo, i rapporti diplomatici con questa nuova presenza non sono facilitati dall’utilizzo di social network come mezzi di comunicazione diplomatica, da parte del Presidente Trump.

Un altro spunto di riflessione circa le problematiche che interessano il Mediterraneo può essere individuato in un’altra presenza “ingombrante”, per così dire: la Turchia di Erdoğan. Il 20 gennaio 2018 il presidente turco ha lanciato un’offensiva militare contro i territori curdi in Siria, riaprendo, così, un problema secolare. Accanto a questo, però, proprio in questi giorni, si presenta davanti a noi un ulteriore problema: la Turchia è sempre stata un caposaldo dell’Alleanza Atlantica, un avamposto verso i territori sovietici, ma oggi è un forte alleato di Putin, il quale è alleato degli Ayatollah di Teheran, ed è sostanzialmente in contrasto con gli Stati Uniti (forse se ne accorgerà Trump e reagirà) e con i paesi europei dell’alleanza atlantica, ma anche con la stessa NATO.

Allora, si pone quasi un dilemma: noi cosa facciamo? Abbandoniamo i curdi dopo che li abbiamo praticamente utilizzati, sfruttati come primi combattenti contro l’ISIS? Ora che siamo quasi riusciti a far fronte a questa minaccia li abbandoniamo? Dall’altra parte però, ci schieriamo contro la Turchia? Significherebbe cederla palesemente a Putin. Questa è una questione molto importante oggi, proprio in questi giorni. Non so se in questo momento, nei nostri palazzi del potere qualcuno ne discuterà con Erdoğan.

Vi è poi un altro quesito da porsi. Come possono reagire gli altri paesi di quell’area che hanno anche loro un problema con l’ISIS, con l’estremismo islamico, con l’eventuale influenza maggiore di Teheran in tutta quella zona? La Giordania, per fare un esempio. Tutti questi paesi contavano sul fatto che l’occidente combattesse l’ISIS e l’estremismo islamico, a partire prima da Al Qaeda. Ma ora, il maggiore combattente ha abbandonato. Di conseguenza, anche gli altri paesi dell’area potrebbero scoraggiarsi e la nostra lotta all’ISIS dove andrebbe a finire?

Per questa serie di dilemmi dovremmo proporre delle soluzioni e vorremmo dare dei suggerimenti, perché parlare di geopolitica e diplomazia nelle crisi del Mediterraneo, parlare di tutto ciò che succede e di tutte le crisi di quest’area, è praticamente impossibile perché entreremmo in un groviglio tale, in un nodo gordiano, tale che ci vorrebbe poi un novello Alessandro Magno che con un colpo di spada “diplomatica” rompa il nodo.

Ma per quanto riguarda la spada diplomatica di domani – con tutto il rispetto – oggi non vedo all’orizzonte molti capi di stato e capi di governo che abbiano la capacità di leadership, la capacità di visione politica di lungo termine. Quindi i nodi gordiani li ritroviamo tutti, perché la crisi siriana è collegata ovviamente con quella dell’Iraq. Ma l’Iraq è al confine con l’Afghanistan, dove i resti di Al Qaeda stanno confluendo nei resti di ISIS, che si stanno trasferendo rapidamente anche verso la Libia. Tutto è interconnesso, inestricabilmente interconnesso. Assistiamo a situazioni incredibili per cui Israele che è – ovviamente – sempre presente in quella zona del mondo, e che tradizionalmente non era alleato dell’Arabia Saudita, si trova in questo momento ad intrattenere un certo dialogo in funzione “anti – Iran” con il principe reggente, possibilmente futuro re dell’Arabia Saudita. Però nel far questo, la crisi ci ritorna indietro: “anti – Iran” significa certo “anti – Hezbollah”, ma Hezbollah non significa soltanto Siria in questo momento, significa anche Libano; e sappiamo che il Libano è da sempre una “pentola in ebollizione”.

Essendo stato per cinque anni e mezzo ambasciatore in Libia, dal 2004 al 2010, mi sono rifugiato, come si direbbe in gergo calcistico, in un calcio d’ angolo. Vorrei soffermare la riflessione con qualche dato in più sia sulla crisi libica, vissuta da me in quel periodo e sia su quella attuale, che però in un certo senso trae le sue origini dal periodo precedente, cioè dalle Primavere arabe, ma anche dallo sconsiderato (si badi il termine “sconsiderato”) intervento occidentale a favore dei diritti umani. Ebbene, la risoluzione 1963 delle Nazioni Unite diceva che i paesi membri dovessero aiutare le popolazioni della Libia, strangolate in un certo senso, attaccate dalle forze di Gheddafi. In effetti, l’intervento si è tradotto in una operazione che aveva un fine non previsto dalla risoluzione delle Nazioni Unite, e cioè quello di far cadere il potere di Gheddafi. Poi, subito dopo ce ne siamo andati, a cominciare dall’invitto Generale Sarkozy, che per finalità proprie della Francia e anche sue personali ha condotto questa operazione addirittura facendola iniziare quando ancora era in corso una riunione avversaria che doveva decidere cosa fare, ma gli aerei erano già in volo.

Naturalmente, fu responsabilità di Cameron, responsabilità di Obama, ma direi soprattutto di Hillary Clinton, e purtroppo, anche responsabilità italiana. Io ho osservato da lontano questa situazione, avevo già lasciato Tripoli ed ero ambasciatore ad Atene e devo dire ho sofferto perché, a mio modestissimo avviso, il trattato del 2008 sottoscritto da Berlusconi e Gheddafi era ancora pienamente valido nel 2011. So benissimo che illustri giuristi sostengono che di fronte alla violazione di diritti umani l’accordo si doveva considerare di fatto non più vigente, ma non sono per nulla d’accordo.

L’accordo era stato stipulato da due governi, nel pieno dei loro poteri. L’accordo è stato trasformato in legge di ratifica dal parlamento italiano, divenendo legge dello Stato. L’articolo 4 dell’accordo, frutto di un negoziato lunghissimo e difficile, prevedeva che ciascuno dei due paesi si impegnasse a non concedere il proprio territorio in cambio di basi. L’accordo era ben preciso, praticamente vietava che l’Italia concedesse le proprie basi per attaccare la Libia. Noi non solo abbiamo concesso le basi militari, ma abbiamo anche attaccato. Abbiamo distrutto un paese, non tanto la dittatura di Gheddafi – di cui pure non conservo uno splendido ricordo – che già rappresentava un regime piuttosto fluido, basato sulla cosiddetta stateless society. La Jamāhīriyya, il governo delle masse, di fatto non si basava su un governo. Non c’era governo, non c’era parlamento, non c’era magistratura indipendente, amministrazione pubblica indipendente, non c’erano ministeri. C’erano soltanto segretari del Comitato popolare.

Credo che voi, freschi di studi, sappiate che l’espressione stateless society si usi per gli stati falliti, per quelli che non hanno una struttura statuale. In effetti questa era la Libia, ma almeno c’era qualcuno al comando. Qual è l’eredità di Gheddafi? Un’altra stateless society, ma questa volta, senza un governo centrale. Ancora oggi ne abbiamo praticamente due, una a Tripoli ed una a Tobruk. Si potrebbe ripartire dalle tribù presenti in Libia, ma una miriade di milizie armate controlla piccole parti di territorio. Degli amici libici con i quali sono rimasto in contatto, mi dicono che passare da un quartiere all’altro è estremamente difficile. Le bande che controllano i quartieri incidono sulla vita stessa dei cittadini, dismettendo a loro piacimento la fornitura di acqua ed elettricità. Siamo quasi di fronte ad uno stato fallito. Come saprete, si è cominciato ad usare questa espressione per la Somalia, un’altra ex colonia italiana. Tuttavia, il riferimento è puramente occasionale. Eppure, un direttore generale libico con cui avevo quasi ogni giorno degli scontri, lamentando la loro lentezza burocratica, mi tacitava affermando che fossimo stati noi italiani ad aver insegnato ai libici la gestione della macchina burocratica.

La situazione in Libia è attualmente questa: abbiamo avuto tre rappresentati delle Nazioni Unite, i quali hanno parlato di ambiziosi programmi, uno dei quali finanziato da uno dei paesi del golfo. Anche ora sussistono grandi programmi ma bisognerebbe cominciare a pensare a qualcos’altro, perché bisogna ricostituire il paese; quindi se si parla di missioni militari, ed in Italia viene subito contestata la stessa parola, non si tratta di peacekeeping, perché per quest’ultimo è necessaria la pace, ed in questo momento non c’è. Ora è necessario un lavoro di nationbuilding. In questa situazione un altro argomento fondamentale è quello delle migrazioni clandestine. Negli anni in cui sono stato a Tripoli, tutti i ministri dell’interno dei governi italiani che si sono succeduti, indifferentemente dal colore politico, hanno preceduto Minniti nello sforzo che sta facendo. Il primo protocollo (ora non più citato) tra l’Italia e la Libia per il controllo delle migrazioni clandestine, è stato firmato da Giuliano Amato (allora ministro, dicembre 2007). Quindi prima dell’accordo Berlusconi – Gheddafi dell’agosto 2008. Quell’accordo prevedeva il controllo di mare e l’addestramento della guardia costiera libica nonché la concessione di mezzi ed il controllo del confine sud della Libia. L’Italia ha dato piccoli contributi, dando in una volta sola 78 Mitsubishi Pajero 4x4 con antenne satellitari per il pattugliamento della frontiera. Dopo il protocollo Amato del governo Prodi – D’Alema (quest’ultimo, a capo degli Esteri, conosceva il contenuto dell’accordo poi fallito con Gheddafi, oggi attacca Minniti, che una volta era suo collaboratore, asserendo che questo accordo leda tutti i diritti umani benché lo avesse avallato in precedenza, in qualità di ministro) è stato stipulato il trattato di Bengasi, che faceva riferimento al sopracitato protocollo. Successivamente, Maroni (dunque la Lega) ha acquisito il meglio dell’accordo e ha firmato nel febbraio del 2009 un protocollo esecutivo con cui finalmente la Libia si è adoperata, e il picco di migranti che nel 2008 aveva raggiunto la cifra di 34 mila unità, si è ridotto nel 2009 fino a 9 mila e poi a 4 mila. In qualche maniera quindi l’accordo funzionava. Naturalmente, ciascuno dei due governi ha tratto merito dall’accordo raggiunto, ma quando poi è passato all’opposizione lo ha criticato. Solo che proprio per via di queste imprese, l’Italia è l’unico paese che in una situazione ben nota a tutti è stato condannato dalla Corte Europei dei Diritti dell’Uomo per violazione dei diritti umani.

L’Italia ha salvato in mare circa 500 mila persone ed è l’unico paese che ha salvato in mare così tante persone, ma allo stesso tempo, ha ricevuto la condanna dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Siamo il paese che, cercando di ottenere la solidarietà europea ha ottenuto la Missione Triton, la Missione Mare Nostrum, che si sono dimostrate deleterie perché hanno incentivato un maggior numero di migranti ed anche un maggior numero di morti in mare. La stessa cosa, purtroppo, è successa con l’intervento delle ONG. È evidente, considerando la fascia di mare che ci separa dalla Libia, che un barcone non riesce ad attraversarla se porta troppi migranti a bordo, se non ha motori adeguati, se non ha un gommone capace di sopportare il peso. Ma nel momento in cui le ONG hanno piazzato le loro navi, non solo al limite ma addirittura dentro le dodici miglia, è successa la catastrofe perché dall’altra parte non ci sono signori con “i guanti bianchi” ma scafisti che hanno cominciato ad usare barconi sempre meno affidabili, in quanto bisognava attraversare solo cinque o sei miglia e la nave delle ONG era a vista. Pertanto, i migranti finivano per annegare.

Questa è una realtà che viene poco raccontata. In tutto questo discorso sulla crisi libica io ho un “sostenitore” più autorevole di me che è Papa Francesco. Egli nel 2016, quando si parlava di un altro possibile intervento in Libia, ha affermato: “gli occidentali sapevano cosa c’era in Libia (...) dovevano pensare prima alla Libia e poi all’intervento militare”. Era un intervento più articolato ma cito solo la frase finale di questo discorso, che ci dà poi veramente il senso di quello che si è creato in Libia. Papa Francesco ha dichiarato: “prima di Gheddafi ce ne era uno solo; ora ce ne sono cinquanta”.

La stateless society produce “cinquanta Gheddafi”, questa è la situazione. E peraltro, nella crisi delle migrazioni, ancora una volta la voce più autorevole che sottolineava l’impegno italiano nell’aiutare i migranti è venuta dallo stesso Papa Francesco.

La crisi dei migranti è qualcosa di importante che dovremmo cercare di affrontare. Come Italia, dovremmo analizzare la questione in una maniera bipartisan o comunque cercando di capirla a fondo. Non è solo questione di numeri; la questione è capire cosa l’Italia realmente può fare. Ciò non implica soltanto salvare i migranti in mare e portarli nei centri di prima accoglienza, ma implica anche l’integrazione nel tessuto sociale del paese. Abbiamo avuto degli esempi tristissimi in questi giorni: un uomo che spara a delle persone solamente perché sono di colore. Tutti noi, giustamente, critichiamo questo avvenimento. La classe politica, a mio parere, dovrebbe andare un po’ al di là cercando di capire qual è la situazione.

Se il tessuto sociale si sfalda, se i partiti politici non fanno altro che elevare lo spettro dell’invasione allora occorre prestare cautela, anche dal punto di vista finanziario. Abbiamo i mezzi per integrare i migranti, nel senso di creare le scuole, gli ospedali, posti di lavoro? Anche questo è un problema grave, da affrontare ancora una volta in maniera integrata.