Affrontare le crisi: hard power e soft power a confronto

Introduco brevemente l’argomento del forum preparatorio per poi lasciare lo spazio, diviso in tre parti, all’Ambasciatore Trupiano, membro del comitato scientifico, poi ai membri del nostro staff che coordinano questa giornata, e infine agli stagiaires che hanno sviluppato e analizzato l’argomento e che qui propongono la loro visione sul tema. Con riferimento al tema nello specifico, ci proponiamo di analizzare globalmente il Mediterraneo: è chiaro che ognuno dei relatori si concentrerà su un’area specifica, poiché il tema è abbastanza vasto. Vediamo crisi balcaniche, mediorientali e nel Nord Africa. Possiamo dire però che non è stato sempre così. Prima era un’area, a parte il conflitto arabo–israeliano, anche abbastanza tranquilla nella storia della Guerra Fredda. Finito il periodo della decolonizzazione, non era un’area calda. Ancora di più, dopo gli accordi di Camp David, in qualche modo anche il conflitto arabo-israeliano aveva trovato una sorta di modus vivendi.

Cos’è che mette in moto tutto, di nuovo? A mio avviso la risposta risiede nella crisi del ’79 in Iran, questo cambiamento di governo unito ad una diversità nel modo di pensare all’interno di uno dei grandi rami dell’Islam, ovvero l’idea che il potere politico in qualche modo sia controllato dal potere religioso. Prima viene il potere religioso e poi il potere politico.

In quel momento, gli americani vivevano la cosa come uno dei tanti tasselli della Guerra Fredda non cogliendone questi aspetti, ma nemmeno noi europei, determinando un effetto a catena: l’Afghanistan, la guerra Iran-Iraq e poi, nuovamente, una situazione di crisi nel Libano. Insomma, un conflitto che quasi a effetto domino si espande fino ai giorni nostri per arrivare alle primavere arabe, a quello che è successo in Iraq e che succede adesso in Siria.

Tema fondamentale è che nel mondo arabo, o nel mondo islamico diciamo meglio, non esiste una nazione guida, ma vi sono varie nazioni che aspirano a questo. Oggi, c’è la visita del Presidente Erdoğan, uno degli stati che nella sua storia aspira a questo. Quindi diciamo qualcosa che va fuori dalla Guerra Fredda ma che in qualche modo viene gestito dagli Stati Uniti, mentre quello che ci interessa è che l’Europa resta un po’ più sullo sfondo.

Come governare queste crisi? Siamo sempre nel dilemma hard power – soft power, cioè se valga solo l’opzione militare o se siano necessarie anche un diverso tipo di politica o di diplomazia. È chiaro che – rispetto a quello che abbiamo detto prima sulla cooperazione universitaria e non solo – noi consideriamo anche il discorso del soft power come rilevante, e in questo rientra anche la cooperazione tra le università.

La diplomazia invece dove si colloca? Penso che questo verrà sviluppato molto meglio di me dall’Ambasciatore. Alla fine, il ruolo delle università quale può essere? Certamente può essere quello di far incontrare le culture e le persone. Non solo creare ricerca o contatti e scambi di docenti, ma anche temi di studio; dei temi che partono da grandi conferenze internazionali e che possono favorire la conoscenza e il dialogo.

L’evoluzione all’interno delle culture non è fissa o statica, come invece un certo tipo di stampa ci vuole abituare a pensare. C’è un’evoluzione anche in quello. Appunto come vi ho detto, tra il ’78 ed il ‘79 vivevamo quel momento di Khomeini in Iran, che provocava un’evoluzione e una trasformazione nel modo di pensare, ma questo non vuol dire che le cose siano ormai fisse e cristallizzate ma che al contrario potrebbero anche cambiare.