Il triangolo geopolitico del Mediterraneo

Naturalmente noi abbiamo ascoltato due magnifiche relazioni, che ci hanno illustrato ciascuna nella sua specificità quale sia la posizione dei tre grandi fronti e delle tre frontiere europee all’interno delle quali noi ci muoviamo. La frontiera orientale, balcanica, mediorientale e forse la frontiera atlantica. Dall’altra parte sono state indicate le connotazioni e le linee della frontiera occidentale e quindi di quel sistema complessivo di sicurezza e difesa che collega NATO e UE. Infine, ci è stata delineata con ampiezza di prospettive e di dettagli ed anche con toni responsabili, l’insieme delle linee che costituiscono la frontiera meridionale – o se volete – quella frontiera che comincia sulle sponde del Mar Nero e che termina nell’Atlantico.

Di questa frontiera meridionale – o se volete dal nostro punto di vista meridionale centrale – sono stati indicati i due livelli reciprocamente sovrapposti o giustapposti che sono quelli arabo e africano. Una prima linea è stata indicata come la frontiera dell’insieme di quei paesi che oggi sono particolarmente critici ed in crisi (citando le crisi della Libia, della Siria e quant’altro) e poi, una seconda linea sottostante che comincia dal Corno d’Africa, procede verso la parte centrale (la zona del Sahel), sahariana e subsahariana, passando in quel grande paese africano che è il Niger, nel quale abbiamo recentemente assunto una posizione importante aprendo per la prima volta una ambasciata affidata ad un diplomatico italiano. Abbiamo così collocato posizioni difensive di contrasto a movimenti che sono anche di tipo terroristico militare – come abbiamo visto in antiche caserme già occupate dall’esercito francese con la sua legione straniera – e di lì proseguendo verso la parte meridionale della Libia e proseguendo verso il Mali e la costa occidentale dell’Africa fino ad arrivare a questo grande ed estremo lembo dell’Africa occidentale, la Nigeria, che sta diventando il serbatoio di quel tipo particolare di emigrazione africana di natura economica e sociale, e quindi non derivante da crisi belliche o militari, come quelle che abbiamo riscontrato su altri fronti in precedenza indicati, la Siria in modo particolare ed in certa misura la Libia.

Le relazioni precedenti hanno in sostanza già disegnato il grande triangolo: la frontiera occidentale, la frontiera orientale, la frontiera centrale. Ci hanno spiegato perché il tema di questa sera, concernente le controversie internazionali, mette seriamente in crisi il titolo complessivo dell’intero corso annuale nel quale noi e questa associazione siamo chiamati ad occuparci della cittadinanza europea e della identità europea. Cittadinanza europea che vive un momento di crisi, come rimbalzo delle grandi situazioni precedentemente esaminate, e ciò perché sono in crisi i diritti che tradizionalmente erano assicurati. Forse noi non avremmo mai immaginato – nelle nostre illusioni progressiste – che all’inizio di questo secolo saremmo stati a disegnare nuove visioni dell’Europa, nuove politiche, per affrontare una situazione imprevista. Se il secolo scorso era pervenuto sulle soglie della massima tutela internazionale dei diritti tanto che si poteva parlare di “un’età dei diritti” (diritti umani, diritti fondamentali), il secolo nel quale ci siamo inoltrati sembra invece potersi denominare con il termine “età della crisi”. La più grande forma di diritti garantita nel secolo scorso, il diritto alla libera circolazione (la emigrazione, la immigrazione, la migrazione tout court, la trasmigratio, come dicevano gli antichi giuristi, che era un vecchio ricordo dell’America popolata da migranti europei ed africani) viene profondamente messa in crisi. Abbiamo quindi una geopolitica definibile, in modo, se mi consentite, forse un po’ troppo semplice ma “euclideo”, attraverso un triangolo.

Quali altri connotati giuridici si possono indicare? È evidente che i tre nomi del triangolo sono molto chiari a tutti. Sul fronte occidentale il nome da citare è uno ed uno solo: Brexit, con tutte le conseguenze che ne derivano ai fini della tutela/non tutela di quelle masse di cittadini europei, britannici o non britannici, che in un certo senso sono messi in discussione nel loro diritto alla circolazione da quanto sta accadendo. Dall’altra parte, sul fronte orientale, il nome da citare è uno ed uno solo: il Gruppo di Visegrád, già menzionato e in un certo senso illustrato allorché ci hanno fatto giustamente notare che se noi facciamo “iniziare” il Mediterraneo intorno a Lampedusa ne abbiamo una “magnifica visione”, ma se cominciamo a guardarlo dall’Europa del Nord, dalla frontiera finlandese e arriviamo giù sul Bosforo, la visione è altra. Per cui anche questo gruppo dei quattro di Visegrád, che hanno un’idea diversa, tradizionale, della loro storia, è significativo perché è un gruppo che porta differenziazione ed è un gruppo che porta divisione. E se questo era chiaro per i polacchi, per i cechi, per gli slovacchi e per gli ungheresi, ora è chiaro anche al giovane Primo Ministro austriaco che, vincitore delle ultime elezioni, ha detto: “Noi porteremo la divisione delle idee, secondo la nostra tradizione, all’interno dell’Unione Europea”.

C’è stata – se mi consentite – una “rispostina” da parte dell’ultimo documento della Commissione Europea, nel quale viene detto che nell’anno 2025 si ammetteranno nell’Unione i cinque paesi balcanici della ex Jugoslavia (e qui è stato tanto ricordato il nome della Bosnia) oltre all’Albania. Quindi bosniaci, serbi, macedoni, montenegrini, albanesi e kosovari (attenzione) entreranno nell’Unione Europea. E subito, come avete visto, un grande difensore dell’idea di sovranità imperiale, il presidente turco, è venuto a Roma nella scorsa settimana e ha ricordato che anche la Turchia ha da tempo una domanda di adesione pendente. Per cui se c’è un’Europa danubiana, c’è anche un’Europa balcanica e un’Europa da tempo collocata sul Mar Nero, un altro sostenitore di una sovranità imperiale. E naturalmente altri hanno risposto allo stesso modo da Mosca, dicendo che anche loro hanno una funzione storica di sovranità imperiale, e non solo per la frontiera orientale dell’Europa ma anche per quella mediorientale; quindi anche loro reclamano un ruolo per la soluzione della crisi siriana. Poi tra le altre grandi forze che giocano nel settore ci sono anche gli iraniani, che pur non avendo mai avuto uno zar, un sultano, un cesare romano, un kaiser, hanno comunque avuto fino a qualche decennio fa uno shah che, forse, nei linguaggi comuni indicava un supremo comando ed una suprema responsabilità.

Allora vedete che c’è una specie di sussulto profondo perché si sta ridefinendo l’identità e la sicurezza delle frontiere. Se qualcuno di voi dice Brexit, sapete tutti che cosa significa: l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. E c’era una Brexit che faceva paura, la “pre-Brexit”, che implicava appunto l’articolo 50, il recesso, l’atto volontario di uscita, di divorzio, di separazione; e c’è un “dopo-Brexit” che non è un atto negoziale ma una serie di procedimenti che cercano di porre riparo e, settore per settore, momento dopo momento, passo dopo passo, mattone su mattone, cercano di contenere i limiti dell’enorme crisi che sta pervadendo la frontiera occidentale a danno dei diritti delle persone e a danno dei diritti dei cittadini europei che ora si cerca di salvaguardare, perlomeno per i diritti acquisiti che sono stati guadagnati nei decenni precedenti. Direi che il triangolo si sta stringendo e che di conseguenza le risposte dell’Europa diventano significative e la mobilitazione – e questo è molto sintomatico – viene anche da punte estreme di questa “antica Europa”, di questi finis Europae per cui ancora ci domandiamo se la Turchia o la Russia facciano parte dell’Europa.

Qualcuno ci ha ricordato, giustamente e con accento accorato, che c’è un altro imperatore venuto da lontano il quale ricorda che anche lui ha esercitato funzioni imperiali, dove “impero” non indica solo una visione di un potere e di una responsabilità perpetui ed eterni ma anche una visione del mondo che non si ferma ai confini stretti ma guarda un po’ dovunque alle responsabilità che un paese può avere in tutto il mondo. L’ex imperatore di Pechino ci ha ricordato che fino al 1912 anch’essi erano titolari di un impero. E sono arrivati sulle coste dell’Africa, dove solo qualche imperatore del Quattrocento e del Cinquecento, battendo faticosamente le coste dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Indiano, riusciva ad arrivare. Insomma, arrivarono all’interno del mondo euro–africano. Il commercio rappresentava una frontiera immediata ed istintiva di unione tra i popoli di varie parti del mondo. E così ho chiuso col triangolo, sapendo bene che la geometria può anche non piacere, ma è un modo per semplificare, almeno secondo Euclide.

E arriviamo all’ultimo “pezzetto” che è stato lasciato a voi che siete studiosi di geopolitica e studiosi di diplomazia. Ma cos’è la diplomazia, secondo noi, secondo Roma? Il mandato che voi avete ricevuto come studiosi di democrazia è stato scritto nel ‘48. In quel mitico articolo 11 che affida ai diplomatici e a tutto il paese, ma in modo particolare ai diplomatici, ai funzionari internazionali, ai responsabili delle organizzazioni, il compito di perseguire un ordinamento che assicuri (come dice il costituente del ‘48 con il congiuntivo inteso come desiderio, come opzione, come ottativo, come sforzo continuo verso quell’obbiettivo e non come certezza presente) la pace, in connessione con il comma primo dell’articolo 11 per la soluzione pacifica delle controversie internazionali, e la giustizia. La giustizia è un sostantivo che in fondo attraversa il mondo: “the justice”, la giustizia tra le nazioni. Questo è infatti lo scopo ultimo e finale del nostro discettare. E se noi vogliamo venire incontro ai migranti e alle migrazioni, che sono esaltate in altre parti della Costituzione italiana sia per la nostra parte (l’articolo 35, gli emigrati e il lavoro italiano all’estero) ma anche per gli immigrati che vengono da altre nazioni e non sono neanche cittadini europei, in quanto cittadini di Stati non facenti parte dell’Unione Europea, dobbiamo guardare alla grande riforma costituzionale che voi avete studiato, quella del 2001. Il nuovo profilo dello Stato italiano, dopo di essa, è definito in 18 profili, che hanno indicato per il XXI secolo che cosa noi dobbiamo fare per le immigrazioni e la tolleranza e la libertà delle – al plurale dice la riforma – confessioni religiose; noi che eravamo partiti dall’articolo 7 e abbiamo sempre studiato gli Accordi di Villa Madama, ora ci ritroviamo l’articolo 117.

Ecco, voi siete depositari di questa scienza nuova, la scienza della geopolitica come geometria politica del mondo dove opera l’uomo della politica (in senso alto e qui capisco quello che ha voluto dire l’ambasciatore e condivido perfettamente le sue preoccupazioni) ma anche della diplomazia e quindi dell’articolo 11.