Quale Mediterraneo? Le crisi nell’area del Mare Nostrum viste dal Nord e dal Sud del Mondo

Noi parliamo di geopolitica e diplomazia nelle crisi del Mediterraneo: che cos’è il Mediterraneo? Come possiamo delimitarlo? L’Adriatico è Mediterraneo? Potremmo parlare dei Balcani, perché abbiamo accennato ai foreign fighters, molti sono dei Balcani, è un punto su cui focalizzare l’attenzione. Ma ad ogni modo, come delimitiamo il Mediterraneo? Oggi parlare di Mediterraneo non può prescindere dal parlare della fascia sub-sahariana, di quell’Africa Centrale che va dal Corno d’Africa fino all’Atlantico e tutto ciò che è a sud dei paesi rivieraschi, un’area estremamente estesa geograficamente, basti pensare alla Libia o ancor di più all’Algeria, che è immensa, grande quasi quanto l’Europa Centrale. Ecco se ci si rende conto della loro grandezza, ci si rende conto anche di cosa significhi controllarli. Questi sono i problemi che stiamo affrontando noi oggi; ci sono delle crisi, come la grande crisi dell’immigrazione clandestina, crisi anche di sicurezza, che è difficilissima da controllare, perché non ne conosciamo i limiti geografici, perché non abbiamo gli accordi necessari (un altro punto a tal proposito sarebbe la volontà delle nazioni interessate di firmare tali accordi). Tralasciando ciò, di sicuro dobbiamo guardare a tutta quella fascia per parlare di crisi del Mediterraneo.

Giungiamo così sulla costa del Mediterraneo cominciando dalla Libia, proseguendo poi per la Siria, poi Israele con la striscia di Gaza e con la Palestina, e poi arriviamo ai paesi confinanti con la Turchia per trattare i problemi accennati. Se a questo punto guardiamo la situazione da Nord verso Sud vediamo un’area su cui dobbiamo intervenire, ma se da quei paesi si guarda la situazione da Sud verso Nord si vede un’area da raggiungere in qualche modo. Dunque noi vogliamo arrestare gli arrivi e d’altra parte chi vive nel sud del mondo ci vuole raggiungere, quindi ci sono interessi completamente diversi. In che modo possiamo cercare di “parlare la stessa lingua”?

Abbiamo tre strumenti: uno, il principale, è sicuramente la diplomazia, altrimenti non andiamo da nessuna parte. E il dialogo ci deve portare poi a mettere insieme una serie di strumenti che ci consentano in qualche modo di gestire queste crisi pur senza risolverle del tutto, visto che la l’esperienza ci mostra che le crisi del Mediterraneo si protraggono per lungo tempo (la crisi libica è cominciata quando cacciarono gli Italiani, o almeno la nostra crisi con la Libia, che oggi sembra non aver fatto grandi passi avanti). Quindi, una volta instaurato un dialogo bisogna parlare di sicurezza, sicurezza fatta “a casa loro”, non a casa nostra, e la sicurezza “a casa loro” è ben altro problema da risolvere. Io non so chi metterà mano alla sicurezza della Libia, ma sarà un problema terribile da affrontare, e non solo per le divergenze, che permangono, ma per le dimensioni del paese, cioè fare sicurezza in Libia non è facile.

Poi c’è lo sviluppo economico: come possiamo affrontare le crisi nel Mediterraneo senza creare situazioni economiche (dalla loro parte) che in qualche modo allevino in una certa misura i problemi delle persone spinte a venire in Europa? Io non sono fortemente convinto che tutte le persone che vengono in Europa vengano per cercare lavoro, e spesso i numeri lo confermano, tuttavia la scusa di venire in Europa per trovare una vita migliore è assolutamente normale.

Ma ritorniamo per un momento a considerare ciò che vediamo quando guardiamo a Sud: la Nato guarda a Sud, L’Unione Europea guarda a Sud. Cosa vedono? Gli attori della Nato e dell’Unione Europea sono diversi, anche se la stragrande maggioranza dei paesi sono gli stessi. Quando guardano a Sud la Nato scopre la Russia, l’Unione Europea invece scopre la Turchia, e i problemi che in questo momento sta rappresentando. La Turchia si trova in un’alleanza con noi, ma da un altro lato ci sono le sue iniziative con i Curdi. Quindi la Turchia, è un partner importante per gli accordi economici ma in questo momento integrarla in Europa diventa problematico, e tuttavia Erdoğan o entra nell’Unione Europea, o ci manda milioni di immigrati clandestini, che al momento sono sotto il suo controllo. E lo può fare, peggiorando in tal caso la situazione.

Nessuno guarda a Sud e si accorge che c’è la Cina: la Cina a Gibuti ha costruito una base navale con diecimila uomini, ha costruito 800 km di ferrovie e ha comprato tutta la produzione mineraria dell’Etiopia per i prossimi 30 anni, questo ci dice niente? La Cina non l’abbiamo ancora scoperta, ma la dobbiamo guardare, e con attenzione perché la Cina vuole costruire la nuova via della seta, che dalla Cina, arriverà al Portogallo. Non è forse una via di penetrazione?

Quindi guardare al Mediterraneo nella prospettiva nazionale o in quella dell’Unione Europea, o nella prospettiva Nato è cosa diversa, e deve farci pensare ad approcci diversi. Nella sola prospettiva nazionale, l’Italia si è chiesta cosa può fare per cercare di migliorare la crisi ed anche accreditarsi come un paese avente una propria connotazione specifica. E l’Italia, per ragioni non chiare, ha qualche difficoltà a farsi sentire. Ora, non so se ciò accade per aver male interpretato il senso della diplomazia, se si tratti davvero di una sorta di senso di colpa (ma non saprei per quale ragione) o se non sia piuttosto l’incapacità ogni tanto, come dico io, di dare un “cazzotto” sul tavolo. Dico una cosa del genere perché io ci sono stato, sono stato 3 anni nel Consiglio dell’Unione Europea ed ogni tanto alzare la voce può servire a chiarire le idee. L’Italia deve essere un attore dirimente.

I nuovi accordi sul salvataggio dei migranti e la loro accoglienza dicono: “il porto più vicino”, non “il primo porto chiamato”, però il porto in questione finisce per essere sempre un porto italiano. Tutti contenti che finalmente abbiamo cambiato i regolamenti, ma siamo sempre nella medesima situazione di prima. Che cosa stiamo facendo dunque? Quali sono i teatri nei quali possiamo intervenire? Oggi noi in Siria non possiamo intervenire; non abbiamo il mandato politico per intervenire e nemmeno un mandato delle Nazioni Unite. Ma siamo intervenuti in Libia; abbiamo aperto la prima ambasciata. Perché la situazione è tranquilla? No, personalmente devo dire che abbiamo mandato 30 carabinieri paracadutisti per difendere una ambasciata. Tuttavia, dovevamo aprire un’ambasciata perché altrimenti non avremmo potuto parlare con le autorità locali. Noi lo abbiamo fatto. L’Unione Europea ha aperto una missione, una missione di polizia, che deve nel tempo dare una mano alla Libia a ricostruire le forze di polizia.

Siamo presenti in un'altra zona di crisi, la Palestina: stiamo parlando di Israele, Palestina, Striscia di Gaza. Noi italiani stiamo addestrando le forze di sicurezza palestinesi. Può sembrare cosa da poco ma non è così: per andare in Palestina abbiamo dovuto negoziare e trattare con Israele; Israele ce lo ha acconsentito ma sotto controllo. Nel senso che noi facciamo attività di addestramento che però devono essere concordate anche con le autorità israeliane, soprattutto con il COGAT, che è la struttura della difesa che gestisce i territori occupati. Ma non solo, siamo pronti ad andare nella Striscia di Gaza. Abbiamo preparato la missione che ci hanno chiesto, utile a rafforzare le capacità di sicurezza delle forze di polizia della striscia. Poi abbiamo firmato tredici accordi con le forze di polizia e di sicurezza di quei famosi paesi del Sud Sahel. Addestriamo le forze di polizia di Gibuti, che sono due, la gendarmeria ed i carabinieri; e addestriamo le forze di polizia somale.

L’Italia dunque è un attore importante, nei limiti che in questo momento ci sono consentiti, non soltanto per la firma degli accordi internazionali. Infatti siamo presenti nelle zone di crisi anche quando la nostra presenza non è gradita, come ad esempio in Africa Centrale, in particolare nei Paesi francofoni. Noi lavoriamo instancabilmente affinché lo sviluppo di un efficace sistema di sicurezza possa contribuire a favorire lo sviluppo economico. Se non vi sarà sviluppo economico, tutto questo è inutile.

Quindi noi siamo nei luoghi di crisi per ristrutturare i sistemi di sicurezza, però poi bisognerà parlare di sviluppo economico, bisognerà investire. Operazione che non solo l’Italia dovrà fare ma anche l’Unione Europea. Rimane indubbio che nel parlare di Mediterraneo bisogna sempre specificare da che parte lo si guarda. Per noi è un’entità molto più grande di quell’area geografica che siamo stati abituati a conoscere molto tempo fa, e in queste nuove dimensioni vanno affrontate le crisi nel Mediterraneo. Guardare il Mediterraneo dalla costa di Agrigento, è ben diverso che guardarlo dal centro città di Oslo. Guardare il Mediterraneo in Italia è ben altra cosa che guardarlo dalla Norvegia, dal Belgio e dal Lussemburgo. Non pensiamo che quello che per noi è un problema pressante sia altrettanto importante per tutte quelle persone che fanno parte delle stesse organizzazione di cui facciamo parte noi.

La visione del Sud Europa della NATO, che è fortemente “Stati Uniti-centrica”, nel Mediterraneo scopre la Russia. Al contrario, per noi italiani, la presenza di una base russa in Siria non è un grosso problema. Se siamo bravi magari andiamo a vendere i servizi dei nostri cantieri e aggiustiamo le navi. Guardare il Mediterraneo da parte dell’Europa, e scoprire i problemi con la Turchia, è cosa diversa per noi rispetto a quello che può essere per i paesi del Nord Europa. Quindi anche la prospettiva delle grandi organizzazioni internazionali va interpretata in funzione di quelli che sono interessi personali. E qui c’è l’ultima considerazione: non esiste un’agenda europea. Se qualcuno vi parla di un’agenda europea non vi dice cose corrette. Esistono 27 agende nazionali, dove 2, 3 o 4 agende qualche volta concordano su alcuni aspetti particolari. Se esistesse un’unica agenda europea, noi italiani non avremmo dovuto assorbire 180 mila immigrati clandestini sentendoci dire “te li tieni e non ne voglio sentire più”.