Il nodo gordiano del Mediterraneo. Una nuova missione storica per l’Unione Europea

Vorrei porre l’accento sulla complessità delle crisi nel Medio Oriente e la loro semplificazione, in altre parole, la loro risoluzione. Per definizione il Medio Oriente è complesso, le crisi che minano quelle aree sono talmente tante, talmente legate e interconnesse tra loro che ciascuna porta le proprie conseguenze sulle altre creando un groviglio inestricabile. Purtroppo oggi si registra in tutto il mondo una grave carenza di leadership: c’è chi pensa di governare il mondo con un tweet, chi pensa di fare la politica della Grandeur, ma in realtà possiamo dire di trovarci in un “nodo gordiano”, e purtroppo non c’è, al momento, nessun Alessandro Magno in grado di tagliare tale nodo. Siamo, quindi, in presenza di situazioni complesse e difficili da ricondurre a semplicità.

Uno dei temi del mio intervento è la crisi siriana, l’interminabile crisi che sconvolge la Siria. Vorrei attirare l’attenzione su tre aspetti peculiari e importanti che in virtù del carattere d’interconnessione di cui sopra, sono imprescindibili in un discorso completo sul tema.

Il primo aspetto riguarda la Turchia. In particolare l’operazione militare lanciata lo scorso 20 gennaio 2018 dal “nuovo sultano” Erdoğan contro l’enclave curda di Afrin, nella Siria settentrionale. È un aspetto molto importante tra quelli interconnessi con tutto il panorama geopolitico; la Turchia, infatti, è da sempre un membro fondamentale della NATO, con forze armate estremamente robuste create a suo tempo per fronteggiare l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. Oggi ci troviamo di fronte a un grande dilemma: cosa faranno gli Stati Uniti e i paesi occidentali tutti davanti a questa situazione? Prima l’Occidente aveva fatto sì che i curdi fossero un caposaldo nella lotta contro l’Isis; ora, però, la Turchia, paese alleato della NATO, li attacca. Abbandoniamo i curdi o la Turchia? Questo è il dilemma. Senza contare, poi, che abbandonare i curdi vuol dire abbandonare tutte le altre popolazioni del Nord Africa e del Medio Oriente che hanno combattuto contro l’estremismo islamico, mi riferisco in particolare alla Giordania, al Libano e così via, indebolendo inesorabilmente la forza occidentale nella guerra al terrorismo. Questa è una situazione di particolare rilevanza che andrebbe discussa attentamente tra i governi.

Un altro aspetto su cui porre l’attenzione è la Russia e in particolare la presenza russa nel Mediterraneo. Il “nuovo zar” Putin è riuscito a fare quello che per secoli né gli zar né l’Unione Sovietica erano riusciti a fare, prima con la flotta russa nel Mar Nero, creata nel 1783 dal principe Potëmkin, il cui obiettivo (fallito) era raggiungere il “mare caldo”, e poi con la Sovmedron, la flotta sovietica nel Mediterraneo. Per molti anni si era riusciti a impedire la presenza russa nel Mediterraneo, oggi però, Putin è riuscito a realizzare l’antico sogno degli zar e dell’Unione Sovietica. La Russia è nel Mediterraneo, ed è una presenza militarmente massiccia: ha una base navale a Tartus, a oggi ancora in corso di ampliamento, ma che alla fine dei lavori potrà contenere fino a undici navi da guerra e navi nucleari; una base aerea è collocata a Humaymim, altrettanto attrezzata; una terza base a Latakia in Siria che è una base di ascolto SIGINT, e, di fatto, è in competizione con la base NATO di Incirlik; la Russia ha poi una cintura difensiva con sistemi missilistici antinave e antiaereo. Si tratta, dunque, di una presenza militare imponente che ha completamente mutato il quadro strategico e diplomatico nel bacino del Mediterraneo e ha inciso sul ruolo stesso della NATO in questo quadro geopolitico.

Un ultimo aspetto interconnesso con la crisi siriana è il rapporto tra Netanyahu, gli Hezbollah e l’Iran. Pochi giorni fa è stato abbattuto un drone iraniano e un F16 israeliano, un aggravamento della situazione capace di avere ripercussioni in tutta l’area e non solo con riguardo alla situazione siriana.

Vorrei parlare un momento della crisi dei migranti e delle migrazioni di massa, partendo dalla constatazione che la politica dei vari governi italiani è stata abbastanza costante, ed è un elemento sul quale desidero attirare l’attenzione. Si parte dal cosiddetto protocollo Amato del 29 febbraio 2007: firmato dal ministro dell’interno Amato, quindi durante il governo Prodi – D’Alema per intenderci. Successivamente si aggiungono il trattato di Bengasi firmato il 30 agosto 2008 da Berlusconi e Gheddafi, e infine il protocollo operativo Maroni del 5 febbraio 2009. Perché sottolineo i nomi e le date? Perché credo sia importante e significativo che governi di diverso orientamento politico, di colore completamente differente e che si erano combattuti nelle campagne elettorali poi, su questo specifico argomento, abbiano seguito la medesima linea politica. Questo perché il protocollo Amato è citato nel trattato di Bengasi, e il protocollo esecutivo firmato da Maroni fa riferimento esattamente al protocollo Amato del 2007. Governi di caratteristiche diverse hanno concluso accordi lungo le stesse linee politiche. Naturalmente, appena ognuno andava all’opposizione e l’altro passava al governo, criticava l’operato del suo predecessore, ma questa è la realtà.

È una cosa sulla quale volevo attirare l’attenzione perché anche l’attuale governo in fondo sta seguendo la stessa linea, ma virtualmente sono cambiate le circostanze: in Libia non c’è più Gheddafi; in Libia non c’è un governo; in Libia c’è stata la guerra civile; in Libia ci sono miriadi di milizie armate che controllano tutti i traffici, non solo quello dei migranti ma anche quelli della droga, del petrolio e delle armi e quest’ultimo è tra più fruttuosi dal punto di vista economico. Non ci sono interlocutori con i quali concludere effettivamente ed efficacemente un accordo, però anche il governo attuale sta seguendo grosso modo, pur nelle cambiate circostanze, la stessa linea politica.

Questo trovo che sia importante dirlo, specialmente in un momento in cui in campagna elettorale se ne sentono di cotte e di crude. La situazione ovviamente è completamente diversa: nel 2008 si era arrivati all’apice in quel momento della crisi migratoria, ma si parlava di 34.000 migranti in un anno. Dopo queste tre intese menzionate, l’anno successivo si è passati a 9.000 e nel 2010 poco più di 3000, quindi in minima misura tali accordi funzionavano. Però l’Italia veniva lasciata sempre sola.

Veniva lasciata sempre sola in quegli anni, e l’Unione Europea non aveva neanche un ufficio di rappresentanza a Tripoli. Ne aveva uno a Tunisi tanto per dire e anche all’epoca l’Italia era lasciata sola, ma ora addirittura il nostro paese è l’unico che si ritrova ad essere stato condannato dalla Corte Europea dei diritti umani perché respingeva i migranti in Libia. È l’unico paese che è stato condannato nel 2012, a causa dei respingimenti basati su quelle tre intese menzionate prima.

La situazione è diventata veramente difficile e delicata perché da una parte ci si ritrovava con una marea umana di migranti crescente fino ad arrivare a circa 181.000 unità, se vogliamo usare questo brutto termine riferito a persone per dare il numero. Nel 2016 le 181.000 persone a confronto dei 34.000 che facevano arrivare all’epoca Bossi e Maroni, sono una cifra veramente insostenibile. L’Italia però si è ritrovata a far fronte non solo alla condanna della Corte Europea, ma si è trovata anche vincolata dagli accordi di Dublino e da una infinità di altre circostanze e regole, quale ad esempio quella del primo centro chiamato. Questa è una regola dell’IMO, International Maritime Organization, cioè il primo centro che viene chiamato è quello che deve poi prestare soccorso. Il primo centro che viene chiamato è sempre la guardia costiera italiana. Basta dare un cellulare allo scafista, o direttamente a uno dei passeggeri, che quando è in mezzo al mare chiama la guardia costiera e questa chiamata implica l’obbligo per l’Italia di soccorrerla.

Si è parlato tanto del ruolo delle ONG: certamente un dovere non solo umanitario ma anche giuridico è il salvataggio dei naufraghi in mare, e su questo non c’è alcun dubbio. Ci sono anche dei limiti giuridici da rispettare perché altrimenti è chiaro che 181.000 migranti vengono qui. Quest’anno nel 2017 si sono ridotti a 119.000, ma sono sempre numeri consistenti. Le ONG hanno fatto un’opera assolutamente meritoria nel salvataggio dei naufraghi, però a un certo punto, forse probabilmente in buona fede, addirittura si piazzavano le navi a ridosso del confine delle acque territoriali, entro le 12 miglia, e questo ha avuto delle conseguenze gravissime. Non solo perché era più facile per il barcone o per il gommone raggiungere la nave della ONG, perché ormai navigavano a vista, ma anche perché, non essendoci più bisogno della famosa telefonata, gli scafisti rimuovevano il motore dei barconi, oppure fornivano dei mezzi assolutamente inidonei a sopportare cento o addirittura duecento o più persone a bordo, e drammaticamente questi mezzi affondavano. L’attività delle ONG involontariamente, e questo è stato provato statisticamente, ha portato più morti in mare. Di conseguenza c’è da lavorare molto sul piano diplomatico, che in un certo senso è l’oggetto della nostra riunione di oggi, ma vedo considerevoli difficoltà.

Recentemente, a partire dal 1 febbraio, è stata approvata una nuova missione che si chiama Themis, che sostituisce la missione Triton; missione che aveva prodotto semplicemente un maggiore afflusso di migranti verso l’Italia. L’operazione Themis è certamente un primo segnale di solidarietà europea verso l’Italia, perché è stata negoziata e approvata dall’agenzia Frontex. Essa prevede il trasporto dei migranti soccorsi in mare nel porto più vicino al punto dove è avvenuto il salvataggio, quindi non necessariamente un porto italiano. Prevede poi che la linea di pattugliamento indicativa venga arretrata alle 24 miglia. Maggiore attenzione viene dedicata alla problematica dei foreign fighters di ritorno dalla Siria e dall’Iraq, perché nei barconi arriva di tutto, è inutile negarlo. Conferma inoltre l’impegno italiano a proseguire il negoziato con le autorità libiche e gli altri stati africani interessanti per l’apertura dei campi di accoglienza. Naturalmente Malta ha subito protestato vivacemente. Malta ha una zona SAR (acronimo di Search and Rescue) di oltre 250 mila km quadrati. Retaggio dell’impero britannico, la sona SAR maltese si estende da Creta fino a quasi addirittura le acque territoriali italiane. Ovviamente, Malta non intende rinunciarvi; tuttavia pone l’accento sulle sue ridotte dimensioni territoriali per giustificare il fatto che non possa accogliere un numero eccessivo di migranti. Può stare tranquilla però, infatti la Convenzione di Amburgo e le successive norme applicate nel ‘79 continuano a prevedere lo sbarco nel primo porto sicuro, non nel porto più vicino. Ergo il primo porto sicuro è un porto italiano. Di fatto non è cambiato praticamente nulla.

Vorrei concludere dicendo che il Mediterraneo rappresenta la nuova missione storica dell’Unione Europea, la nuova priorità strategica. Ma forse l’Europa non se ne è ancora accorta. Questo è un piccolo dettaglio.

Vorrei fare anche un’altra affermazione, e cioè che qualsiasi sia il governo a Roma, dopo questa campagna elettorale e queste incerte elezioni, l’Italia non può permettersi in alcun modo di trascurare le Libia, è assolutamente una priorità strategica e un interesse nazionale. E allora occorre non solo ricominciare a “tessere la tela” a Bruxelles, e per quel poco che può contare, a New York, ma occorre anche adoperarsi sul piano nazionale: prima di tutto perché chiaramente dal punto di vista dell’accoglienza c’è ancora qualcosa che lascia a desiderare nel funzionamento e nelle procedure, tant’è vero che i paesi di Visegrád ne approfittano per sottolineare le nostre mancanze. E poi occorre adoperarsi per la politica di integrazione: è inutile girarci intorno, noi non siamo in questo momento in grado, né dal punto di vista politico, né dal punto di vista economico, sociale o culturale, di accogliere una tale massa di persone, non abbiamo le infrastrutture, scuole, ospedali. E poi il rischio enorme è quello della rottura del tessuto sociale. Ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni a Macerata è qualcosa che deve far riflettere chiunque vada al governo, perché il tessuto sociale del paese rischia di sfaldarsi. Allora quando sentiamo in televisione candidati che fanno dichiarazioni del tipo “Io manderei via 500.000 migranti”, in realtà non ha dove mandarli, non abbiamo gli accordi con i paesi d’origine, ne abbiamo solo quattro, dove li manda? Restano qui, come li integriamo? Vediamo di parlarne seriamente. Questa è la mia ultima riflessione, mi rendo conto che non è di tipo diplomatico, perché poi sul piano diplomatico, e dopo 42 anni di carriera diplomatica mi dispiace dirlo, non vedo grandi spiragli per le crisi del Medio Oriente e al momento, almeno sul piano del breve e medio termine, neanche, purtroppo, per la crisi libica e la conseguente crisi dei migranti.