La storia ha il suo prezzo, anche per l’ideale politico europeo

Siamo in un’epoca in cui vi è una notevole difficoltà nel conciliare, da un lato, l’ideale politico dell’Unione Europea, quell’Unione Europea delineata dai padri fondatori, e quella di oggi, forse da rifondare, e, dall’altro, gli interessi economici.

In un periodo di grave crisi d’identità, due sono le cause più rilevanti: il fattore economico e l’immigrazione. Comincio proprio da quest’ultimo tema, di grande attualità in tutta l’Europa. Questo concetto del rifiuto dello straniero ha determinato una doppia reazione all’interno dell’Unione Europea. La prima reazione è quella della Brexit. Gli inglesi si sono preoccupati dell’ingresso nel Regno Unito non degli extracomunitari, come avviene nel resto dell’Europa, ma dei comunitari stessi. Il fenomeno non è nuovo, ci riporta negli anni 90 quando i francesi avevano l’ossessione dei polacchi. Gli inglesi, nel loro storico isolazionismo, non tolleravano l’idea di vedere in Inghilterra un romeno, un bulgaro e quant’altro e avere gli stessi diritti di un inglese. Era una questione di egoismo? Era una questione di nazionalismo? Non lo voglio interpretare male, ma certamente era una questione storica. Questa è la posizione del Regno Unito storicamente. L’isolazionismo inglese ha portato addirittura all’uscita e al rifiuto dell’Unione Europea. Anche se bisogna ammettere che il Regno Unito non è mai stato un grande amante dell’ideale e dell’integrazione europea. È l’integrazione politica che terrorizzava gli inglesi, la perdita di sovranità, l’amore per il sovranismo era troppo forte nella loro cultura. Non bisogna confondere neanche il nazionalismo con il secessionismo. Nazionalismi e populismi non hanno nulla a che vedere con la questione della Catalogna, del Belgio, della Scozia, con quanto accaduto nell’Italia del nord pochi anni fa. Il secessionismo non ci riguarda in questo contesto.

La seconda conseguenza legata all’immigrazione è la nascita di un fenomeno relativamente nuovo: il populismo, da tener distinto dal nazionalismo. Il populismo e il nazionalismo sono due concetti diversi che in questo momento si sono, purtroppo, confusi in senso negativo. Quando si parla di sovranismo e nazionalismo, ci troviamo in una situazione in cui i paesi coinvolti hanno difficoltà a rinunciare a parte della loro sovranità. Questo fenomeno oggi coinvolge tutta l’Europa, con gradazioni diverse.

Inizierò una breve analisi muovendo dai paesi di Visegrad. In questa regione vi è un determinante fattore storico: questi paesi hanno recuperato la propria dignità e la propria identità dopo anni in cui l’avevano persa. Ed è grazie all’Unione Europea se sono riusciti a riappropriarsi della propria identità; ma è proprio contro l’Unione Europea che oggi questi paesi si scagliano, o meglio, è contro un tipo di Unione Europea che oggi protestano. Mi riferisco soprattutto alla Polonia e all’Ungheria. Possiamo osservare lo stesso processo anche in altri paesi ex “cortina di ferro”: con gradazioni diverse, in tutti questi paesi si rintraccia il medesimo fenomeno di rifiuto di un’autorità straniera, che si chiami Unione Sovietica, ieri, Bruxelles, oggi, questo, è il problema profondo. Sono paesi che hanno sempre avuto nel corso della loro storia l’ossessione di un paese straniero che fosse la Germania, l’Austro-Ungheria o la Russia; sono paesi che hanno sentito, attraverso i secoli, il tema dell’indipendenza come una priorità assoluta. Non che in Europa centrale questo fenomeno sia meno presente.

Ricollegandoci al tema dell’immigrazione e del nazionalismo, ricordiamo quando nel 2015 la signora Merkel aveva accolto i rifugiati siriani. Sottolineo l’origine siriana di quelle persone perché, è triste dirlo, ma il fattore razzista è molto rilevante: l’Africa è diversa dalla Siria, il colore della pelle è diverso, il livello culturale è diverso. La signora Merkel, accogliendo i siriani pensava di fare una mossa che fosse accolta positivamente dalla propria gente, in quanto azione umanitaria verso un popolo che affrontava una situazione drammatica. Invece ha perso consensi. Il partito socialdemocratico, che ha appoggiato questa mossa, ha perso consensi. Il dato più eloquente è che ha perso consensi nei cinque lander appartenenti all’ex Germania orientale.

La storia ha il suo prezzo.

Per quanto riguarda l’Europa del Sud, mi limiterò al caso della Francia perché nell’Europa mediterranea, la Spagna sta attraversando una profonda crisi, sia politica (ricordiamoci che in un anno ha avuto due elezioni politiche, pessimo esempio per l’Italia) sia con il problema della Catalogna. La Grecia si trova ancora in una drammatica situazione di crisi economica; dell’Italia non me ne occupo per non cadere in un discorso politico.

Tratteremo solo della Francia. Ancora una volta il fenomeno migratorio ha avuto il suo peso; per averne una conferma basta considerare le elezioni politiche: al primo turno è evidente che la differenza tra i due partiti arrivati al ballottaggio era minima. Poi il sistema elettorale ha imposto un out, ma pur facendo così la Le Pen (che pur cambi nome non importa) o comunque il partito, ha avuto il 33%: 1/3 del corpo elettorale francese.

Per inciso, faccio riferimento al caso degli USA, dove il discorso sul muro contro il Messico ha avuto un forte appeal; a differenza di quello che è accaduto in Francia, al momento dell’out-out il sistema elettorale ha deciso in maniera diversa dal numero dei voti del corpo elettorale. Trump ha ottenuto il voto di 304 grandi elettori ma solo il 46% dei voti della popolazione, mentre la signora Clinton ha avuto il 48% dei voti.

I sistemi elettorali sono le alchimie dei politici.

Tutti questi esempi di nazionalismo che ho rapidamente menzionato si dichiarano favorevoli alla democrazia. Bisogna dire, però, che il confine è molto labile.

Se difendono l’identità culturale, se difendono dall’invasione dello straniero, tutelano la razza, brutta parola, ebbene sono governi autoritari. Varsavia e Budapest lo dimostrano; non tutti lo sono, ma Varsavia e Budapest lo dimostrano.

La seconda causa determinante della crisi attuale è il fattore economico.

Vi è un rapporto tra il sentimento di odio per lo straniero e la crisi economica? In alcuni paesi sì in altri no; ad esempio in Ungheria no, lo dimostra il dato della disoccupazione che tocca solo il 4%. Il fattore economico merita una particolare attenzione perché è il fattore di crisi che noi italiani abbiamo sentito di più. Come è iniziato lo ricordiamo tutti: con il fallimento della Lehman Brothers. Dopo un lungo e difficile dibattito a Washington si è deciso di farla fallire. Difficile fare la storia con i se, ma io credo che se fosse fallita o meno, il problema vero è che il sistema era marcio. Si era gonfiato un sistema finanziario non economico, non di condizioni industriali ma un sistema di piramidi finanziarie che al primo colpo di spillo è scoppiato. Cosa c’era dentro? Solo carta straccia.

Dall’esterno abbiamo osservato come il sistema americano, con la sua grande elasticità, ha avuto la crisi, l'ha affrontata e l’ha superata in due soli anni. Se oggi le statistiche dicono che dopo due anni siamo tornati al livello del 2007, sono certamente esatte ma, come tutte le statistiche dicono la verità ma non sempre tutta. Si è tornati al livello del 2007, è vero, ma non allo stesso tenore di vita delle stesse categorie. Chi aveva perso la casa e il lavoro due anni dopo non ha ritrovato la casa e il lavoro. E di qui la vittoria di Trump; il tycoon ha puntato sulla delusione di un corpo elettorale che si sentiva dire che la crisi era passata, ma lui aveva perso la casa e il lavoro.

In Giappone in cinque anni si è superata la crisi. L’Europa, invece, ci ha messo otto anni e l’Italia dieci, ammettendo che siamo usciti dalla crisi, come affermano le recenti statistiche. Ecco che la popolazione diventa scettica nei confronti dell’Europa: perché ci abbiamo messo dieci anni? Perché abbiamo subito una crisi finanziaria importata dagli Stati Uniti? Cosa c’entravamo noi? Avevamo un sistema economico e sociale totalmente diverso, eppure la crisi è arrivata e ci ha travolti. Il problema è soprattutto su come è stata gestita. Che nell’ambito della globalizzazione ci sia un contagio finanziario è inevitabile e i fatti lo dimostrano.

Non entrerò nel dettaglio di un sistema che ci è stato imposto dall’Europa, mi limito al caso della BCE. Trichet portavoce di una posizione, per così dire, tedesca, ha interpretato la propria missione con il compito di fare lotta all’inflazione: ma nel 2010 non c’era l’inflazione. Semmai l’esatto contrario, tenendo chiuso il rubinetto della liquidità. Migliore, invece, l’idea di Draghi, il quale ha interpretato quegli stessi regolamenti come lotta per la stabilità. E per la stabilità bisogna combattere anche la deflazione. Di qui la sua politica che tutti conosciamo. Comunque si vogliano vedere, in un modo o nell’altro, queste regole non sono abbastanza efficaci per la stabilità e per evitare futuri rischi del sistema.

Tutti gli stati di cui prima dicono di voler mantenere l’Europa, anche Orban dice di voler restare nell’Unione Europea; ma nessuno vuole questo modello di Europa. Ecco allora che dobbiamo creare un meccanismo, un movimento di pensiero verso qualcosa di nuovo. Io farei iniziare questo rilancio dell’Unione dalla solidarietà, e in particolare dalla Dichiarazione di Roma in cui sono stati affermati alcuni principi tradizionali: in particolare vogliamo un’Europa più forte e, soprattutto, vogliamo più Europa. La Dichiarazione è stata sottoscritta da tutti gli stati; mi rendo conto che in questi casi c’è sempre molta retorica, ma è comunque stata sottoscritta da tutti.

E, in effetti, si è messo in moto un movimento, perché Junker poco dopo ha presentato le sue cinque opzioni. E ha fatto bene a presentarle proprio in un momento in cui la Commissione è criticata per essere troppo autorevole. Junker ha così presentato al mondo politico, queste cinque opzioni: ognuna ha pro e contro ma ha esortato i suoi protagonisti ha fare una scelta. La politica, forte del suo successo, ha provato a fare un passo in avanti con il discorso alla Sorbona di Macron. Il Presidente francese usciva da una vittoria e, forte di una posizione di debolezza degli altri grandi partners europei, tra cui l’Italia e la Germania, voleva occupare un posto di primo piano; lo ha fatto con un atteggiamento del tipo “chi vuole mi segua”. Macron ha, in sostanza, formalizzato qualcosa che già esisteva: l’Europa a più velocità.

Con la PESCO si fa un ulteriore passo in avanti. La PESCO non è nata nel dicembre 2017, erano già due anni che ci si lavorare sopra, ma la si è partorita nel momento in cui si è sentito che i tempi erano maturi. Cos’è la PESCO? È un’alleanza militare e industriale. Io vorrei porre l’attenzione proprio su quest’ultimo carattere del Programma. Venticinque stati hanno sottoscritto la PESCO; se volessimo un elenco per vedere quali sono questi stati, quali di questi fanno parte della NATO e quali non ne fanno parte, risulterebbe evidente che non vi è assolutamente coincidenza. Austria e Finlandia, due stati neutrali, hanno sottoscritto la PESCO, mentre la Danimarca, stato NATO, non ha sottoscritto la PESCO. Il discorso PESCO è un discorso certamente militare ma soprattutto industriale, per realizzare delle economie in materia di spesa militare.

Ebbene, fatta questa analisi, quali sono le conclusioni? Cosa vediamo noi nel futuro della nostra Europa? Vediamo crisi che ci circondano, di cui siamo vittime: con gli USA siamo in crisi, sul fronte della Russia siamo noi che abbiamo imposto sanzioni, con la Turchia ci sono evidenti tensioni e, infine, l’Africa; ma ci occupiamo dell’Africa in chiave solidale o solo per combattere l’immigrazione?

La mia non vuole essere un’analisi cinica, ma è evidente che abbiamo notevoli difficoltà come potenza comunitaria. Abbiamo difficoltà soprattutto al nostro interno e i risultati delle elezioni di molti stati nell’ultimo anno o anno e mezzo lo dimostrano. Siamo al paradosso: avremo un Parlamento Europeo antieuropeo. Prospettiva non delle migliori; due esempi molto tristi lo dimostrano:

  • I ministri delle finanze di otto paesi nordici hanno protestato contro le soluzioni proposte dalla Commissione;
  • All’ultimo Consiglio Europeo vi era all’ordine del giorno l’introduzione della web tax, che avrebbe portato miliardi all’Unione Europea, ma l’interesse di tre paesi ha fatto rimandare la discussione e sappiamo cosa vuol dire rimandare in questi casi.

Di conseguenza, non abbiamo più solo una crisi determinata da due cause, l’immigrazione e il fattore economico, ma una crisi fra due filosofie di Unione Europea: tra sovranismo e integrazione.

Vi sono dei paesi che sono certamente pro integrazione, tra questi la Francia, la Germania e, fino ad oggi l’Italia (ma vedremo come si comporterà in futuro) e paesi che vogliono un’Europa diversa. Vedremo cosa potranno fare la Francia e la Germania. Macron auspica un’Europa federale efficace e democratica: parole bellissime, ma di non facile realizzazione pratica; Merkel non avrà la rigidità mostrata finora, perché si è indebolita politicamente, ma mi domando se avrà la forza di portare avanti delle posizioni più solidali. Vedremo cosa faranno. Certo è che il tandem dei due paesi dovrebbe produrre un documento a giugno prossimo, la cosiddetta Piattaforma Europea, che sarà la verifica di quello che si potrà fare nei prossimi anni.

Ma allora, in questa situazione, cosa potrà fare l’Italia?

Dal 4 dicembre l’Italia è entrata in una situazione quasi di campagna elettorale, e di certo non aveva più il peso politico per convocare tutti i paesi per il Trattato di Roma o commemorare altre ricorrenze. Sono state tutte importanti photo-oppurtinities che il nostro governo si è sforzato di organizzare. Ma ci sono stati anche importanti segnali dal nostro paese: in particolare il governo ha organizzato il summit dei paesi sud europei per l’immigrazione e il trattato con la Francia, pronto per la fine dell’anno, detto anche Trattato del Quirinale, che naturalmente ha un valore soprattutto politico, un modo per tentare di compensare l’alleanza franco-tedesca e per rinforzare i nostri legami con la Francia.

Quali sono i nostri obiettivi, gli obiettivi dell’AESI? La nostra associazione sostiene progetti che nutrono attenzione per la persona umana e aspirano alla realizzazione di un’economia solidale. Promuoviamo di anno in anno una cultura della condivisione e della solidarietà e contrastiamo modelli di economia dello scarto basati su una rigida competizione.

Si potranno realizzare tali obiettivi? Con quali prospettive guardiamo il nostro prossimo futuro? Io non sono pessimista. Conosciamo bene la posizione dei paesi moderati, paesi che non sono per la rigidità di bilancio, tra questi l’Italia; per questo mi sono soffermato a esaminare la posizione di uno dei più grandi falchi della Commissione. Katainen ha rilasciato pochi giorni fa un’intervista in cui racconta prima di tutto la sua storia, per giustificare le sue rigide posizioni. Le origini non ricche della famiglia, ma l’opportunità di frequentare le scuole migliori grazie ad un sistema welfare del paese ottimale, influenzano molti dei suoi interventi; ma la realtà è che tutto questo è possibile solo se le finanze pubbliche del paese sono in ordine. Ha ragione, servono conti pubblici sani.

Ecco allora che la filosofia del falco, in buona fede, consente di avere una finanza in ordine e non una finanza non regolare (in effetti, il 133% è un dato allarmante) in funzione di una società più ricca e più solidale.

Se ho fatto un’analisi abbastanza pessimista sul recente passato, spero che questo recente passato sia una parentesi dovuta solo a una situazione di crisi passeggera e che in un prossimo futuro si possano recuperare quei valori fondamentali che i padri fondatori disegnarono con precisione, quei valori che abbiamo ribadito nella Dichiarazione di Roma; valori fondamentali nei quali noi personalmente crediamo.