È finito il feudalesimo?

Esprimo condivisione alle critiche espresse. Certamente la sollecitazione che viene dall’intervento dell’ambasciatore è importante: la nostra classe politica, o almeno fino ad ora, è un elemento di crisi interna dell’Italia e dell’UE. Eludendo osservazioni su Macron e commenti a livello internazionale vorrei rappresentare una circostanza avvenuta subito dopo le elezioni Italiane. In un piccolo giornale di Potenza, nella Basilicata, si leggeva: “è finito il feudalesimo”. L’analisi era quella di un elettorato che, fino a quel momento, aveva votato allo stesso modo e sempre gli stessi politici, secondo un meccanismo in cui io “metto lì” certe persone in quanto possono garantire quel poco di esistenza attraverso aiuti “a pioggia” ma senza l’investimento pubblico. Un po’ come quelli dell’Unione Europea per aiutare l’Italia, però tesi poi ad un vero sviluppo. Questo sistema si autoalimenta. L’elettore ottiene qualcosa però l’eletto ottiene la grossa parte e ottiene quel sistema di controllo di cui si parlava. Quindi, questo sistema ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Una volta mi trovavo in un albergo in cui il servizio era sempre stato buono. Ad un certo punto, arrivavano i NAS a perquisire il locale finché non trovavano del vino che non era stato conservato in una bottiglia sigillata ma in un contenitore di plastica. L’attività del ristorante veniva arrestata in una giornata piena di clienti.

Mi domando da dove venga tutto questo. Perché siamo arrivati a questo punto. Noi stessi lo abbiamo alimentato dando la colpa all’Europa. Un primo elemento da valutare è, secondo me, uno strascico dell’ultima parte della Guerra fredda in cui, in qualche modo, il nostro paese ha iniziato ad essere ingessato perché tutto doveva essere tenuto sotto controllo. Finita la Guerra Fredda abbiamo continuato su quella deriva e quell’ ingessatura è diventata un corpo mummificato. Tutto questo non lo abbiamo voluto solo noi. Eravamo un paese alla frontiera che doveva sopportare il peso di uno scontro. Ricordiamo gli anni di piombo, guerra sotterranea combattuta nel paese con forze che la manovravano dall’esterno. Su un punto non concordo, e cioè sul discorso della situazione in cui ci troviamo dal punto di vista delle migrazioni. A mio avviso il problema è quello di non aver saputo condurre, in questi anni, una vera politica europea comune. Abbiamo obiettivamente una situazione nel mediterraneo, recente e di destabilizzazione che non era così dalla fine della guerra fredda né all’inizio del secolo. Questa situazione non l’abbiamo creata noi. L’Italia è sempre stato un paese alla ricerca di rapporti di buon vicinato con le potenze del mediterraneo. Da questo deriva il nostro rapporto con la Russia che potrebbe essere sollecitato nei mesi o anni futuri per ricreare un modo di convivenza tra occidente e Russia. Questa destabilizzazione ha altri protagonisti: da un lato c’è il binomio Merkel- Francia e l’intervento in Libia, scoprendo così l’autore dell’intervento in Libia. Inoltre, il discorso delle primavere arabe e a parte, la Tunisia dove un cambiamento c’è stato, ha portato negli altri paesi un ritorno alla situazione precedente oppure, queste opposizioni non si sono trasformate sempre in opposizioni democratiche. Abbiamo scoperto che c’è qualcosa di peggiore. E su questo continua a non esserci un’idea di politica estera comune. L ‘unica azione comune è quella di cercare una pace nel mediterraneo e non unirsi agli USA che vanno a bombardare la Siria. Cercare una soluzione diversa. Senza questa, determinati problemi continueranno a esserci. Ora, che cosa possiamo fare. Abbiamo gli strumenti per chiudere le frontiere? Non lo so, penso di no. Quando ci sono questi flussi e dietro ad essi non c’è una spontaneità (difficile nelle migrazioni) c’è sempre un’organizzazione.

Io, per esempio, ho studiato anni fa la grande migrazione del fine dell’800 e inizio del 900 in Italia che non è una migrazione spontanea. Dietro c’era un’organizzazione spaventosa, favorita dagli Stati ma anche dalle compagnie di navigazione. Scopriremo che anche per questa migrazione non vi è una spontaneità. Molti ci fanno notare che occorrono 10.000 euro per venire in Europa, ma che con quei soldi si potrebbe fare molto, ma non si fa. Quindi, per concludere, ritengo che certamente la soluzione sia duplice e occorre fare molti sforzi poiché non bastano i velleitarismi elettorali e sostenere proposte che non possono essere sostenute nel breve periodo, dal nostro bilancio pubblico. Anche se ritengo che quella via è meglio di come si sia speso il bilancio pubblico fino ad oggi. Una riduzione delle imposte e magari un reddito di sostenimento per chi non ce la fa sarebbe meglio dell’investimento pubblico come fatto sinora, in quanto determinerebbe una spesa interna maggiore magari affrontando i gravi problemi di ineguaglianza che affliggono il paese.

L’altro discorso appunto, è che la solidarietà europea deve essere gestita a livello di politica estera e deve riguardare tutti gli Stati e non dovrebbe essere il frutto di osservazioni egoistiche per cui si possa pensare “io mi affaccio sul Mar Baltico e non mi interessa del Mediterraneo”.