Riflessioni sul pilastro europeo dei diritti sociali

Anche io tendo a credere che una riflessione fondamentale della solidarietà europea si giochi nel mondo globale. Molti dei problemi di scarsa solidarietà, di crescita, delle diseguaglianze, della disoccupazione, di povertà, sono fattori che rinviano a fenomeni che hanno luogo negli Stati europei, ma soprattutto anche nel mondo globale, e sul quale l’Europa, fino a quando non avrà la capacità di pesare davvero come attore internazionale, avrà poca possibilità di influire. Vivrà sempre sotto questo ricatto: se il capitalismo globale pone una competizione al ribasso è difficile difendersi da questi fenomeni.

Il mio intervento tuttavia è più limitato, guarda più all’interno, si che cosa cerca di fare l’Europa in questo quadro globale, e soprattutto, cercherò di aggiornarvi un pochino sull’ultimo vessillo dell’Europa sociale, il cosiddetto “pilastro europeo dei diritti sociali”. Illustrerò la complessità e i paradossi di questa Europa sociale, e come,  questo pilastro europeo dei diritti sociali interagisce sulla misurazione della performance sociale dei Paesi. Uno dei problemi che riguardano il funzionamento dell’Europa, del mondo globale nel suo insieme è proprio la misurazione della performance sociale e la necessità di tenere in considerazione gli scontenti della globalizzazione, di fronteggiare la sfida che questi ultimi pongono cercando di contenere i costi di siffatte tendenze.

Da una ricerca condotta con i miei studenti volta a rintracciare nei Trattati dell’Unione Europea il vocabolo “sociale” è emersa fuori una confusione enorme. Nel Trattato si parla di “valore fondamentale dell’Unione, di un alto livello di protezione sociale, di un’economia sociale di mercato”. Queste sono alcune delle definizioni nella Carta Europea, a cui si aggiungono i “diritti sociali di protezione dei lavoratori” e il “dialogo sociale”.

Quella che descrivo rappresenta una serie di tentativi di arginare il fenomeno storicamente economico  dell’Europa. Essa è sorta primariamente come un progetto di mercato. È nata così perché era l’unico modo per poter dare avvio ad un progetto di condivisione, ma al tempo stesso ci si è resi conto che questa dimensione era incompleta e che doveva essere integrata da quella sociale; ecco che sono state incorporate le varie dimensioni dell’Europa sociale senza mai arrivare ad essere un contrappeso sufficientemente forte per contenere i rischi dell’apertura dei mercati, senza che mai fossero realmente messe in comune la dimensione sociale e le politiche fiscali. Per cui siamo dinanzi a una complessità e a un paradosso: da una parte abbiamo gli euro-scettici che contestano l’assenza di solidarietà e condivisione, dall’altra abbiamo i molteplici volti dell’Europa sociale che hanno prodotto comunque delle cose, tra cui la legislazione sulla protezione dei lavoratori, l’antidiscriminazione. Molto è stato fatto e l’Europa lavora moltissimo.

Sono stata per anni nella direzione affari sociali come responsabile di una grande unità e poi di una direzione che si occupava appunto di sistemi di protezione sociale europee, e vi assicuro che è un lavoro enorme, anche poi sostenuto da un impegno finanziario di una certa importanza. A fronte di questa complessità, la sfiducia prevalente è stata la causa di sconfitte politiche che tutti riconosciamo come il fallimento della costituzione europea, la crescita di movimenti antieuropeisti, populisti. Questo ha tutto a che fare con la percezione che l’Europa non protegge abbastanza, non assicura la dimensione sociale e che il mercato prevale su queste istanze.

Ho preso ad esempio alcune immagini di “social Europe last chance”: c’è stato un forte riconoscimento della Commissione Juncker, la quale ha compreso che il problema attuale dell’Europa è il tentativo di dare una risposta a una situazione difficile in quei Paesi membri che sono fondamentalmente riluttanti a costruire una vera Europa sociale con un sistema di welfare. C’è una forte resistenza degli Stati membri, o almeno di una buona parte di questi. C’è stato il tentativo di lanciare un pilastro europeo dei diritti sociali intorno al quale costruire a poco a poco una convergenza di vedute, una coalizione di volontà, che ha avuto anche dei momenti solenni: a Goteborg a dicembre, si è tenuto un grande summit in cui tutti si sono impegnati a sostenere il pilastro europeo dei diritti sociali.

Tali politiche europee configurano una serie di diritti sociali che vengono ritenuti condivisibili da tutti i Paesi e che viene ad articolarsi in tre grandi componenti: assicurare eguaglianza e opportunità nelle possibilità di accesso ai mercati del lavoro, garantire condizioni di lavoro eque ai lavoratori, quindi anche in termini salariali e infine assicurare dei sistemi di protezione sociale sostenibili. Questo è il pilastro europeo dei diritti sociali, poi declinato in venti principi. Cosa significa assicurare uguali opportunità e uguale accesso al mercato del lavoro? Innanzitutto significa favorire gli investimenti nell’educazione, nella formazione e nell’apprendimento lungo tutto il corso della vita. Questo è un aspetto importantissimo in una società che ormai va a ritmi velocissimi, in cui se non si accede frequentemente agli aggiornamenti, alle nuove tecnologie si esce dal mercato del lavoro, e si è difficilmente occupabili quando un’azienda fallisce. Promuovere la parità di genere è anche un aspetto importante; ci sono paesi che hanno altissimi standard (vedremo quante differenze ci siano a questo livello); opportunità eguali indipendentemente dalla famiglia di provenienza, di reddito e supporto e sostegno attivo all’occupazione. Questa è una dimensione importante perché l’occupabilità è la chiave, e su questo c’è un consenso più o meno accettato da tutti gli Stati membri, e cioè che i meccanismi di inclusione e di esclusione passano fondamentalmente attraverso l’accesso al mercato del lavoro.

Si tratta di una discussione molto attuale se pensiamo al recente dibattito sul reddito minimo. Ho avuto modo di assistere direttamente alla discussione che ha avuto luogo in Svezia in merito all’introduzione del reddito minimo garantito e confermo che la decisione di classificare come poveri, coloro le cui famiglie sono distanti dal mondo del lavoro, discende dall’importante presa di coscienza che molto spesso l’alcolismo, le malattie mentali e le malattie tout court si annidano proprio lì dove c’è distanza dal mercato del lavoro, dove la gente si sente socialmente inutile. Pertanto, introducendo il reddito minimo garantito che è al di sopra della soglia di povertà sono riusciti a cambiare l’approccio all’assistenza sociale in termini di reddito di inclusione. Il reddito di inclusione sociale (non lo si dice molto) ma è il risultato di questa riflessione, che è stata poi trasposta e accettata nella legislazione nazionale.

La seconda componente del pilastro sociale europeo a cui ho fatto riferimento è assicurare condizioni di lavoro eque, il che significa assicurare una possibilità di occupazione adattabile, capace di rispondere anche ai talenti e alle capacità dell’individuo, e salari che siano decenti. Quest’ultimo sappiamo essere un grosso problema per tutti, anche per i Paesi che percepiamo come ricchi, e che tuttavia hanno problemi grossi di cosiddetti lavoratori poveri. Allo stesso tempo assicurare condizioni di lavoro eque significa anche preoccuparsi di informare i lavoratori, dialogare costantemente con loro e con le loro rappresentanza in caso di licenziamento, di preavviso. Il coinvolgimento dei lavoratori, nella gestione delle imprese nelle forme rispettose delle tradizioni nazionali, è preso come principio. Infine è importante garantire un equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, proteggendo la vita privata dall’invasività di quella lavorativa – un rischio legato anche all’utilizzo delle nuove tecnologie – e creare un ambiente di lavoro attento alla salute mentale.

Poi c’è il capitolo terzo che riguarda le caratteristiche che si dovrebbero desiderare dei sistemi di protezione sociale. Nell’inclusione sociale figura tra i primi principi quello della cura dei bambini e del loro sostegno. Quello della povertà infantile è stato uno dei capitoli al quale l’Europa ha dedicato più attenzione con i suoi mezzi, perché non abbiamo schemi europei contro la povertà infantile. Abbiamo un coordinamento europeo che comunque ha prodotto una forte sensibilità rispetto ai danni che la povertà nelle prime fasi di vita può condizionare per tutta l’esistenza. Un sistema di protezione sociale degno di questo nome, deve provvedere a fornire sussidi alla disoccupazione e un reddito minimo.

Il reddito minimo, tra i principi del pilastro sociale europeo, è collegato alla dimensione lavorativa, ai servizi per l’impiego, naturalmente per chi se lo può permettere. Ci sono persone che non sono in grado di lavorare e quelli non vorremmo vederli mai soccombere. Altri principi ad esso collegati sono la garanzia e il diritto alle pensioni di vecchiaia, il diritto alla salute, l’inclusione dei disabili, e la capacità di provvedere alle cure a lungo termine verso una società che invecchia progressivamente. Anche il diritto alla vita di persone come i senza fissa dimora, il cui numero è diventato spaventoso in Europa, dovrebbe essere uno degli obiettivi principali di un sistema di protezione sociale dignitoso, assieme all’accesso ai servizi essenziali.

Principi bellissimi e non attuati. Alcuni più facili, altri meno facili. Nessuno di questi è interamente attuato. I mezzi di cui dispone l’Europa per affrontare le sfide enormi che questi principi illustrano sono pochissimi. Quello che ha fatto intanto, è di dare perlomeno una dignità alla dimensione sociale all’interno dei processi di coordinamento europei, e quindi ha cominciato a lavorare su questo cosiddetto social scoreboard, una tabella che misura la performance sociale, così come si misura la politica fiscale, la competitività, la produttività, le bilance dei pagamenti, il livello del debito pubblico e di quello privato. In questo modo cominciamo a misurare e a monitorare cosa fanno i Paesi nei loro sistemi sociali. Io credo che sia un esercizio molto utile, ovviamente questa non è la soluzione ma è importantissimo mostrare che anche nell’ambito delle risorse limitate di cui i Paesi dispongono si possono fare delle scelte. Per esempio se guardiamo le composizioni della spesa pubblica attraverso i sistemi europei vediamo quali sono le scelte e le preferenze all’interno dei sistemi. Sappiamo per esempio che in Italia la parte molto più elevata sia quella destinata alle pensioni, ma purtroppo c’è troppa gente che è andata in pensione troppo resto, mentre la spesa per le famiglie e per i bambini è il fanalino di coda.

Questo scoreboard un po’ rispecchia i capitoli del pilastro sociale. È uno strumento utile se guardiamo l’Italia: per quanto riguarda le pari opportunità e l’accesso al mercato del lavoro abbiamo condizioni peggiori di altri paesi. Abbiamo sofferto molto la crisi, ma siamo ancora un paese a reddito relativamente elevato nel quadro dell’Unione, rispetto ai paesi dell’Est, rispetto alla Grecia, quindi è vero che ci sono dei problemi che vanno affrontati a livello europeo e che vanno al di là della capacità dell’Unione di affrontarli oggi, però c’è molto che si può e si deve fare a livello nazionale per ridurre queste divergenze. Un'altra dimensione problematica in Italia è quella delle condizioni del mercato del lavoro; il tasso di occupazione nel nostro paese è insoddisfacente. Il tasso di occupazione è il numero di persone che partecipano al mercato del lavoro attivamente. Il tasso di disoccupazione anche è un rosso. Abbiamo ancora un ampio margine di miglioramento. L’occupabilità è la capacità delle persone di entrare nel mercato del lavoro, fondamentale tanto quanto lo è poi il fornire servizi all’impiego che assicurino una maggiore capacità di combinare domanda e offerta di lavoro. Questo è il nostro sistema di protezione sociale che si estrinseca sia nella capacità di ridurre la povertà attraverso i trasferimenti di finanza pubblica, sia nella condizione di povertà dei bambini, sia nell’accesso ai sistemi sanitari abbiamo problemi. Quest’ultimo però credo che sia molto migliore di quello di altri paesi. Questo non cambia il quadro d’insieme universalmente riconosciuto, cioè che molto si debba e si possa fare a livello nazionale. Restano alcuni interrogativi aperti a livello europeo, perché l’Europa ha pochissimi mezzi e c’è molto da battersi affinché questi si integrino in maniera significativa a quelli nazionali, che devono fare la prima parte.