Cosa significa “solidarietà europea”? Voci dal mondo reale

Porgo il mio ringraziamento al Professor Massimo Caneva per l’invito, poiché  non essendo un grande esperto dell’Unione Europea devo alla nostra amicizia l’occasione di potere essere qui con voi. Come lui stesso accennava all’inizio, vorrei evidenziare il legame affettivo che mi lega all’AESI, ormai da parecchi anni e che guarda alla cooperazione e poi Confindustria. In quest’ultima ricordo che due studenti AESI sono poi diventati due validissimi funzionari e adesso dirigenti, impegnati nell’ambito internazionale. Posso affermare che l’AESI ci abbia fatto un dono – fra i tanti direi – del quale sono tuttora molto orgoglioso, in quanto erano veramente due dei migliori funzionari di tutta la Confindustria a Roma.

Non  essendo un esperto di Unione Europea, utilizzerò il tempo a disposizione parlando di Unione Europea non come ambasciatore e neanche come presidente della Fincantieri, una grande azienda navalmeccanica, bensì come utente/spettatore di quella che è stata l’azione europea, così come percepita dall’industria manifatturiera italiana in questi anni. Ritengo che i termini utilizzati da Gianfranco Varvesi, a proposito di ideale europeo in crisi, non sono percepiti nel mondo reale. Il concetto stesso di “ideale europeo” oggi è un termine che non dice molto alle persone, per esempio in una fabbrica del Nord o in un sindacato di lavoratori navalmeccanici. Il fatto è che per la prima volta l’Unione Europea, come confermato dalle elezioni italiane del 4 marzo, si trova adesso di fronte all’esigenza di dimostrare la sua utilità. Questa è un’affermazione forte ma è quello che attualmente fa (o disfa) il futuro di questa splendida organizzazione che ha mantenuto la pace in Europa per ormai più di 60 anni.

Una struttura come l’Unione Europea è fatta di regole attraverso i numeri e questo è il sinallagma che non bisogna mai perdere: l’Unione Europea è un’unione di stati che convivono grazie ad un sistema di regole e queste  vengono create e poi gestite dalla Commissione e, per quanto riguarda l’Eurozona, dalla Banca Centrale in base ai numeri (dell’economia, della disoccupazione, dell’inflazione, della competitività dei singoli paesi). In questo contesto, per cercare di capire dove siamo diretti, è necessario chiedersi cosa accade in un paese, ad esempio come l’Italia (ma non è l’unico) dove l’apprezzamento del cosiddetto ‘ideale europeo’ certamente è in calo e dove strumentalmente si tende a scaricare sull’Unione Europea i propri problemi. Ritengo che nello scadimento dell’ideale europeo, una grandissima parte della responsabilità sia da attribuire alle politiche dei governi nazionali europei che sull’Unione Europea hanno scaricato la propria incapacità di realizzare quelle riforme che hanno permesso ad altri paesi di essere competitivi in un’epoca di globalizzazione. Esprimo in modo schietto tali concetti poiché ritengo sia più efficace essere diretti che forbiti.

Alla luce dei titolo del seminario odierno, occorre domandarsi su cosa significhi  per solidarietà europea. Se lo chiedessimo al primo passante che incontriamo, potremmo sentire rispondere che gli immigrati arrivati in Italia non debbano restare in Italia e inoltre che il debito italiano, debba essere garantito in modo da poter continuare a spendere in deficit. Sul tema della solidarietà per l’immigrazione e solidarietà per la fiscalità a garanzia condivisa, però, gli altri paesi europei rivendicano di non aver bisogno di sostegno in questi ambiti. Quando dal dibattito politico sulle  componenti idealistiche si passa alla percezione reale delle società dei singoli Stati nazionali, permangono tali aspetti.

Quando si parla di condividere con gli altri paesi europei l’onere dell’immigrazione dall’Africa,  e in particolare di quella sub-sahariana, si sta parlando della politica interna nazionale. Per quello che concerne la politica italiana, durata parecchi anni, consisteva nell’inviare delle costosissime navi della Marina Militare e della Guardia Costiera (produciamo per altri propositi e non c’è nulla nel settore navale che costi più di una nave militare operativa) per le missioni di soccorso nell’ambito dell’Operazione “Mare Nostrum”. Per anni si è portata avanti questa operazione con la presunzione che gli immigrati sarebbero poi rimasti in Italia solo per poco tempo per poi spostarsi dai centri di raccolta in Germania, in Francia e, in qualche misura, in Belgio.

Questa è la realtà dei fatti. Per diverso tempo l’Italia ha salvato migranti, portati nei centri di raccolta, non curante di vedere che queste persone partivano dall’Italia e andavano negli altri paesi europei. Tutto questo è andato avanti fino a quando gli altri Stati del continente hanno rifiutato di accettare nuovi flussi migratori. Il risultato è che negli ultimi due anni abbiamo di fatto imbottigliato i confini e abbiamo tenuto in Italia circa 300 000 immigrati. Questi ultimi sono visibili, nelle strade, nelle piazze, perché non hanno casa, non hanno un lavoro, non hanno formazione professionale e non parlano la lingua italiana. Sorretti da un malinteso senso di solidarietà e con la speranza di scaricare sul resto d’Europa l’onere umanitario, si è provocato un problema politico nazionale di primissima grandezza. Chi sostiene di emendare la Convenzione di Dublino per far sì che questi immigrati possano poi liberamente uscire dall’Italia (senza più l’obbligo di lasciarli nel primo paese di approdo), ignora che il resto dell’Europa non vorrà per parecchi anni a venire una modifica di tale natura. Questo è un dato obbiettivo su cui riflettere

Per quanto riguarda l’idea di solidarietà come condivisione del rischio del debito pubblico, è stato un elemento detonante di una forte corrente di sfiducia che si è creata negli anni nei confronti di un gruppo di paesi ma soprattutto nei confronti del nostro paese. L’ipocrisia è stata alla base delle pretese di mancata solidarietà che la nostra classe politica ha avanzato nei confronti dell’Europa. Tale considerazione, scevra da ogni coinvolgimento politico a partitico esprime un dato oggettivo. Non è vero che  l’Unione Europea non abbia fatto negli anni un’opera di condivisione di risorse e di tentativi di aiutare i paesi e le regioni in maggiore difficoltà affinché si mettessero al livello delle aree più sviluppate d’Europa. Il 60% del bilancio europeo è destinato alle politiche di coesione, di crescita sostenibile, di occupazione e di agricoltura. Quindi degli oltre 11 miliardi che l’Unione Europea ha speso in Italia l’anno scorso, più della metà sono andati a politiche riconducibili a forme di solidarietà nei confronti di difficoltà di sviluppo interno che ha il nostro paese.

Un altro aspetto che vorrei portare alla vostra attenzione - già evidenziato dagli economisti tedeschi - è la seconda forma di condivisione del rischio e di cessione di risorse rivolta ai paesi come il nostro con un alto debito pubblico, il quantitative easing della Banca Centrale Europea. Dal 2012 al 2017 inclusi, l’Italia ha risparmiato circa 60 miliardi di euro in servizio del debito. Chi ha pagato questa somma? I risparmiatori. Una parte di essi era in Italia ma un’altra parte importante non lo era, ma per esempio era in Germania, in Olanda, in Finlandia. I risparmiatori si sono dovuti accontentare di tassi negativi sui propri conti correnti o sui bond del debito dei propri paesi perché per esigenze di copertura del rischio di paesi, che allora venivano chiamati PIGS, c’è stato un autentico trasferimento di risorse dai risparmiatori europei agli Stati indebitati. Ergo, attraverso l’Unione Europea, abbiamo beneficiato e continuiamo a beneficiare di due forme importanti di condivisione e di solidarietà. La terza forma non mi permetto di enunciarla, ma penso sia nella testa di ognuno di voi: se non ci fosse stata l’Unione Europea,  il nostro paese non sarebbe oggi ai livelli di sviluppo a cui è arrivato ma sarebbe più vicino alla sponda sud del Mediterraneo. Tuttavia essendo un discorso politico, non è opportuno proseguire oltre.

Se queste realtà sono incontrovertibili, dobbiamo chiederci che cosa accadrà in futuro. Dopo aver letto il discorso che Macron ha tenuto al Parlamento Europeo si possono fare alcune considerazioni. Quando il presidente francese che ha vinto le elezioni con la bandiera dell’europeismo e con l’anti-populismo, dovremmo manifestare assoluta disponibilità a collaborare. Le tematiche che Macron ha affrontato, in aggiunta a quelle sull’Unione Europea, dovrebbero farci felici. Ha detto che per mettere la Francia al pari con la Germania e renderlo il paese più competitivo in Europa, dovrebbe intervenire in fare ambiti: la riforma delle pensioni (l’Italia, dopo averla fatta intende riformarla), intervenire sulla fiscalità e ridurre le imposte, riformare il diritto del lavoro (la grande maggioranza delle nostre forze politiche sembra voglia tornare indietro dopo aver promosso una riforma). Si assiste ad un momento in cui  si percepisce con chiarezza che c’è una volontà di fare dei passi avanti. Allo stesso tempo non siamo in grado di partecipare a questo tentativo dell’Unione Europea - della Francia e Germania - di dare una spinta in avanti poiché incapaci di garantire che le nostre politiche interne saranno al livello di quelle francesi e tedesche. Questa è la nuda realtà di fronte alla quale il nostro paese si trova.

Le affermazioni di europeismo che si sentono in Parlamento, o al contrario le affermazioni di politici che durante le campagne elettorali dicevano di voler uscire dall’euro o di fare a riguardo un referendum e adesso stanno lentamente cambiando idea, non hanno tutta questa importanza. La percezione che si ha del nostro paese, in questo momento, fuori dai confini nazionali è quella di un’Italia problematica per gli sviluppi dell’Unione Europea. Davanti al mondo, l’Italia appare come un paese più inaffidabile di quanto non fossimo in passato, soprattutto siamo diventati un paese che intrinsecamente sta esprimendo delle pulsioni evidentemente anti-europee. Lasciando da parte le dichiarazioni pubbliche, le politiche sono quelle che fanno o disfano l’europeismo, le politiche sul diritto del lavoro, le politiche del settore pubblico.

Per fare un esempio, Fincantieri esporta l’80% del suo prodotto e il 90% della sua filiera di produzione è italiana. A Monfalcone, dove si trova il più grande cantiere di Fincantieri, nel 2016, l’ultimo anno in cui sono stato presidente, su 365 giorni dell’anno 230 hanno visto un’ispezione di qualche genere: ispettorato del lavoro, carabinieri dell’ecologico, Guardia di Finanza o Agenzia delle Entrate, mai coordinati tra di loro, con il risultato che il capo-cantiere per 230 giorni si è dovuto occupare di altro piuttosto che della costruzione di navi. Questa è la vera dimostrazione dell’europeismo o dell’anti-europeismo di un paese, noi da questo punto di vista non abbiamo niente da insegnare a nessuno. I padri fondatori di questo paese, di questo sistema costituzionale, avevano un’altra Italia in mente; lo stesso padre fondatore, mi riferisco a Carlo Azeglio Ciampi, che ideò l’architettura che permise all’Italia di entrare nel sistema dell’euro aveva in mente un altro paese. Noi siamo diventati “altro”, quindi noi siamo oggi obbiettivamente un problema per il progresso dell’Unione Europea. Sta a tutti noi elettori fare in modo che questo non accada. Voi che siete molto giovani, dovreste avere la preoccupazione quella di non dover votare “con i piedi”, come si votava in Germania Orientale, in cui  per dimostrare il proprio dissenso bisognava andarsene. Bisogna alzare la voce, bisogna impedire l’immobilismo che ha consentito questo allontanamento, questa divaricazione tra le esigenze del paese e gli enunciati della politica. Questo è a parer mio, il problema dell’Europa: si verifica in Italia, ma si verifica anche, per qualche verso, in alcuni paesi dell’Europa Orientale. Questa è la contraddizione in termini che si può notare ogni giorno leggendo i giornali, valutando differenze tra le dichiarazioni pubbliche e le politiche di fatto.

Vi ringrazio.