Introduzione

Vorrei poter iniziare ricordando il forum introduttivo di martedì scorso poiché molti di voi non erano presenti. Meritano di essere menzionate relazioni presentate dagli stagisti Vallefuoco, Lapegna e Cittadini, per la qualità con cui è stato trattato il tema della cooperazione dell’Unione Europea in Africa, in Asia e in America Latina. Sono stati interventi interessanti e contraddistinti da un’analisi normativa puntualmente affiancata da analisi critiche, costruttive e intelligenti, sviluppate con un approccio operativo rispetto alle attività dell’Unione Europea. Non rivolgo i miei complimenti al prof. Macchia che ci ha fornito un quadro storico di rivoluzione, perché sarebbe solo pleonastico. Cercherò anche oggi di focalizzare lo sguardo sugli eventi più recenti, che purtroppo dimostrano una quasi totale mancanza di solidarietà tra i paesi dell’Unione Europea. Le cause di una siffatta condizione sono due: la crisi economica e l’immigrazione, con le difficoltà che essa genera.

Tali circostanza hanno posto i paesi dell’Unione in una situazione di egoismo nazionale, se non di rottura.  Utilizzo la parola “egoismo” volutamente perché poche ore fa Macron l’ha usata in Parlamento Europeo, asserendo che occorre lottare contro gli egoismi nazionali e difendere la democrazia. Lo stesso ha sostenuto che bisogna riformare l’Unione Europea al fine di evitare guerre civili interne. La parola “guerra” è da intendersi concettualmente e non in termini tecnici. Gli equilibri mondiali in questo momento stanno profondamente cambiando. Gli europei continuano a crogiolarsi nelle  dispute campanilistiche circa la permanenza nell’Eurozona, sulla necessità di riformare l’Europa (si tratta solo di proposte profondamente diverse ed eterogenee) sull’opportunità di continuare a considerare l’Unione come un mercato unico piuttosto che come un disegno politico, sulla tendenza a trattare la Russia come se si trattasse ancora dell’Unione Sovietica.

Il resto del mondo al contrario sta profondamente cambiando: si scorgono dei progressi soprattutto in campo tecnologico, industriale ma anche sociale in alcuni paesi, come accade in una parte della Cina. Ed infatti, il presidente Xi Jinping è riuscito ad assicurarsi un potere che neanche Mao Zedong deteneva, un potere che non discende soltanto da una rivoluzione culturale interna, ma dipende anche da una presenza massiccia in Africa, Asia ed Europa, sapientemente mascherata sotto le vesti della cooperazione o degli investimenti. Similmente, le recenti elezioni in Russia hanno consolidato il potere di Putin, che coltiva un disegno espansionista proprio nelle aree di influenza tipicamente europee: la Russia nel Mediterraneo era un sogno degli Zar, ed è stato realizzato abbandonando il progetto (successivo alla fine dell’Unione Sovietica) di chiudere la Russia nella sua sfera di influenza, in cambio della promessa del mondo occidentale di non avanzare fino alle soglie dei confini russi, a fronte dell’adesione dell’intera Germania alla NATO.

Anche alcuni paesi asiatici come l’India e la Corea crescono a differenza dell’Europa. Al dinamismo degli altri si contrappone il nostro immobilismo politico e che si aggiunge alle difficoltà economiche, dimostrando la crisi dell’ ideale europeo. Si assiste ad una crisi del tandem franco-tedesco e a cui l’Italia ha dato un grande contributo. La Germania è stata indebolita dalle ultime elezioni, Macron dopo il successo elettorale è chiamato ad affrontare la crisi sociale della Francia con evidenti e conseguenti ripercussioni economiche. Ci si potrebbe interrogare sulla possibilità che tali circostanze inducano ad un avvicinamento all’Italia, ma questo non sarebbe di certo un vantaggio, poiché sarebbe una condivisione di problemi e sofferenze. Ad onor del vero non è  soltanto l’Europa a trovarsi in una situazione problematica. Si pensi alla situazione negli Stati Uniti, anche alla luce della vostra visita. Gli USA erano il capofila del mondo occidentale ma da un anno a questa parte sono alla ricerca di una strategia di carattere contraddittorio poiché sono incerti tra l’ abdicare al ruolo di grande potenza e il divenire il primo mercato del mondo. Trump ha interrotto alcuni accordi commerciali e ne vuole rompere degli altri. Impone sanzioni in nome dei suoi interessi nazionali invocando il motto dell’“America first” ma allo stesso tempo, rivendica di essere il gendarme del mondo, svolgendo azioni militari punitive. Il sistema multilaterale è in crisi da ogni parte lo si veda, nell’ Unione Europa, la NATO e le Nazioni Unite. Il segretario delle Nazioni Unite, una settimana prima dell’azione militare in Siria aveva chiamato tutte le parti interessate, le aveva esortate alla moderazione e come si osserva, il suo peso è inferiore a quello che possiedono le forze politiche espressioni degli interessi nazionali.

Davanti a tutto questo resta da chiedersi se si tratta di affrontare una crisi di assestamento o di una ricerca verso nuovi equilibri politici ed economici. Durante la campagna elettorale, il presidente Trump aveva promesso che avrebbe fatto una guerra alla Cina ponendo in essere una politica di dumping (non che avesse tutti i torti dal momento che è chiaro che la Cina non ha rispettato le regole sui brevetti internazionali). Tuttavia, le sanzioni imposte alla Cina, stanno danneggiando la stessa industria americana. Più complesso è invece il rapporto con la Russia dal momento che le sanzioni hanno una forte coloritura politica. Esse sono state irrogate con il conflitto in Ucraina e in questi giorni si sta pensando se continuarle o meno; i tweets contraddittori del presidente americano sembrerebbero indicare che l’amministrazione americana non abbia intenzione di continuare le sanzioni. Lo slogan “America first” sta creando un’America ripiegata su sé stessa che nell’illusione di gestire il suo mercato interno, si trova in realtà dinanzi alla prospettiva di perdere esportazioni essenziali per la sua industria e mercati di sbocco. Con la Cina poi, la crisi è considerevole. Resta da chiedersi se Trump stia cercando di attuare la politica degli Orazi e dei Curiazi, ovvero se stia cercando di eliminare i suoi avversari uno alla volta. Ricordo quando a Kennedy fu fatto notare che la Cina dell’epoca stava contrastando l’Unione Sovietica  per motivi ideologici con che questo poteva essere un elemento di soddisfazione per gli Stati Uniti, egli rispose che non si poteva compiacere nel vedere due avversari che discutevano su come sconfiggere il suo paese. Questo, a mio parere, è il pericolo.

Nelle relazioni reciproche e multilaterali tra queste grandi potenze quali gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, l’ Europa coglie l’allentamento dei rapporti transatlantici come un’opportunità per ridare impulso al processo di integrazione tra i 27 stati dell’Unione Europea, che altrimenti non potrebbero sopravvivere nell’agone internazionale. Anche l’alleanza russo-cinese, non più ideologica ma economica – basti pensare a cosa sta diventando la nuova Via della Seta – ci taglia fuori anche dal Nord del mondo. Non rimane che la possibilità di recuperare la nostra identità europea, potendo fare operazioni di sostegno e di solidarietà agli altri paesi, operazioni di solidarietà, senza fare ricorso come troppo spesso accade, all’ipocrisia di definire cooperazione quelle che sono invece operazioni o finanziarie o speculative. Ed è con questo auspicio che mi concludo il mio intervento.