Verso un'eurozona della difesa

Lo scorso 28 febbraio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a Capitol Hill, ha tenuto il suo primo discorso dinanzi alle Camere riunite. Oltre a riproporre come linee programmatiche i suoi cavalli di battaglia della campagna elettorale: il muro con il Messico, il Muslim Ban, e la più gran- de riduzione delle tasse della storia americana, si è soffermato sulla cooperazione militare inter- nazionale e il ruolo della Nato nelle future sfide globali. Le sue parole sono state di sostegno per la Nato precisando, allo stesso tempo, che i 28 paesi membri debbano assumere un ruolo diretto e significativo nelle operazioni militari e paghino la propria quota di costi. Di fatto un’esplicita pre- tesa di un diverso burden sharing in seno alla Nato. Per rispettare l’accordo che prevede una spesa minima pari al 2% del Pil, i Paesi europei dovrebbero aumentare di 100 miliardi il loro budget militare annuale. Il loro contributo attuale, stando a quanto è emerso durante il vertice di Varsa- via del luglio scorso, si ferma infatti in media all’1,43% del prodotto interno lordo. Soltanto per lo Stato italiano questo incremento di costi sarebbe insostenibile, dal momento che l’Italia ora con- tribuisce per l’1,1% (pari a 17,5 MLD $) e dovrebbe aumentare il proprio contributo di 15 MLD $.

È ancora ipotizzabile una cooperazione militare a tali condizioni? È ancora una risorsa la Nato?

L’ Unione Europea, date le posizioni del neo presidente degli Stati Uniti, si trova di fronte ad un bivio: perseverare nell’errore di delegare agli Usa la propria sicurezza relegandosi all’inconsistenza geopolitica, oppure divenire baricentro della diplomazia internazionale guadagnando autonomia e unità militare. Se seguiremo la prima ipotesi vedremo un riaffiorare del bipolarismo europeo con alcuni paesi filoatlantici sottomessi alle scelte statunitensi e altri, in particolare le repubbliche baltiche, nuovamente sotto le pressioni della Russia.


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La seconda ipotesi sarà forse più complicata e richiederà maggiori energie politiche, ma potrebbe portarci finalmente verso una Eurozona della difesa.

L’Unione europea è, sulla carta, una potenza militare di prima grandezza, seconda per investimenti solo agli Stati Uniti, supportata da un’industria aerospaziale e della difesa che vanta tecnologie e prodotti di eccellenza.

L’Europa già esprime un enorme potenziale bellico, quello che manca tuttavia non sono mezzi e uomini, ma la possibilità di sfruttare al meglio gli investimenti e le risorse, e la volontà politica di

impiegare le forze armate per tutelare gli interessi comuni. Attraverso una politica di difesa co- mune, si potrebbe finalmente smantellare un apparato colossale che impiega troppo personale e disperde denaro per ricerche e per realizzare sistemi d’arma ed equipaggiamenti analoghi, ma quasi mai comuni.

Per essere chiari, ad esempio, oggi l’Europa ha tre tipi di aerei da combattimento, quattro modelli di carro armato ed una decina di tipi di fregata. Se la gestione dei fondi e dei programmi di am- modernamento fossero condotti in modo unitario si potrebbe ottenere molto di più a parità di spesa. Sul versante industriale in realtà la razionalizzazione in larga misura c’è già stata: basti pensare al colosso aerospaziale Eads (Francia, Germania, Spagna), a Bae Systems (Gran Bretagna, Stati Uniti, Svezia) a Finmeccanica (presente in Italia, Gran Bretagna, Polonia e Usa) a Space Al- liance (Francia e Italia), a Mbda (Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Spagna).

Nazione

Spesa per la difesa (in miliardi di USD)

Stati Uniti d'America

664

Unione europea

311

Cina

145,8

Russia

65,6




In alcuni settori però, come quello degli armamenti terrestri o della cantieristica militare, c’è an- cora troppa frammentazione. Malgrado questo, i prodotti europei sono ottimi e risultano equiva- lenti o superiori agli omologhi statunitensi: parlo, a questo proposito, di caccia come il Typhoon, degli elicotteri realizzati da Eurocopter e AgustaWestland, delle artiglierie navali di Oto Melara, di quelle terrestri tedesche, dei fucili d’assalto, dei siluri, di molti sistemi missilistici come l’Aster e così via. A conti fatti una Eurozona di difesa porterebbe il Vecchio Continente ad essere un pri- mo attore sul palcoscenico mondiale.

Allo stato attuale non esistono delle vere e proprie forze armate dell'Unione europea, dal mo- mento che l'integrazione tra le nazioni europee non ha compiuto passi significativi nel campo della difesa. La difesa dell'UE è affidata ad ogni singolo Stato membro. Nel Trattato di Lisbona, l'Articolo 42 impone agli stati membri di intervenire con tutti i loro mezzi qualora uno o più stati venissero attaccati da entità extra UE. È questo il vero pilastro della difesa comune UE.

Un primo tentativo di unire le forze armate dell'Europa occidentale è stata la fallimenta- re Comunità europea di difesa del 1952; tuttavia, da allora nessun effettivo passo in avanti è stato mosso. A dire il vero, nel trattato di Lisbona, ai sensi dell’articolo 47, vi è la realtà dell’Agenzia Europea per la difesa. Tale agenzia intergovernativa, creata dal Consiglio Europeo nel 2004, ope- rante nel settore dello sviluppo delle capacità di difesa ha come obiettivi primari intensificare la cooperazione europea in materia di armamenti, rafforzare la base industriale e tecnologica di di- fesa europea nonché promuovere una ricerca che miri alla leadership nelle tecnologie strategiche per le future capacità di difesa e di sicurezza, rafforzando così il potenziale industriale europeo in questo settore. Ma purtroppo, pur esistendo a livello istituzionale, nella realtà concreta non pro- duce risultati sensibili, a causa del nodo politico di fondo: il rapporto con la Nato e con gli Usa. In seno all’Unione si fronteggiano gli atlantisti e gli europeisti ed il metodo intergovernativo che re- gola la materia consente ai primi di bloccare il dibattito nei confronti di tutti.

C'è comunque un certo numero di iniziative nell'ambito della difesa e della cooperazione militare europea volte ad operazioni di pace, possibili oggi su concessione della NATO in base all'accordo di Berlino plus del marzo 2003 che permette l'UE di usare le strutture della NATO, i suoi meccani- smi e risorse per condurre operazioni militari nel caso in cui la NATO non voglia intervenire.

Nel 2004 gli Stati dell'UE hanno preso in consegna dalla NATO il comando della missione in Bo- snia ed Erzegovina attraverso l'EUFOR, che al momento costituisce l’unico soggetto militare a cui partecipano tutti i 28 paesi membri. Ci sono stati anche altri spiegamenti di forze, come nella Stri- scia di Gaza e nella Repubblica Democratica del Congo in ausilio dell’Unione Africana. Da ultimo nel 2011 “Eufor Libya”, una missione coinvolgente 27 paesi membri ad eccezione della Dani- marca, che sotto la guida dell’ammiraglio di divisione Claudio Gaudiosi era finalizzata all’evacuazione degli sfollati a causa della guerra civile libica e al sostegno delle attività delle agenzie umanitarie in loco. Nell’ultimo decennio complessivamente l’Unione europea si è impegnata in oltre 30 missioni civili e militari. Ma senza una struttura permanente non possiamo agire con efficacia: così operazioni urgenti vengono rimandate; missioni parallele, nello stesso paese o nella stessa città, hanno comandi distinti. È arrivato il momento di creare un comando unico per queste operazioni. A tale scopo, Jean Claude Junker, nel “Libro Bianco sul futuro dell’Europa”, pubblicato lo scorso 2 marzo, ha proposto la costituzione di un fondo europeo per la difesa per sopperire alle perdite dovute alla mancata cooperazione nel settore della difesa tra i vari partners europei.

Solo uniti siamo e saremo una forza che non può essere sottovalutata. Ma i nostri nemici vorreb- bero dividerci e i nostri concorrenti vorrebbero approfittare della nostra divisione. Benché l’Euro- pa oggi sia fiera di svolgere un ruolo di “soft power”, non dobbiamo essere ingenui, un mero po- tere di persuasione non è più sufficiente, la tolleranza non può mettere a rischio la nostra sicurez- za. Dopo le bombe di Madrid del 2004 ci sono stati più di 30 attacchi terroristici in Europa, di cui 14 solo nell’ultimo anno. Oltre 600 persone innocenti sono morte in città come Parigi, Bruxelles, Nizza o Ansbach. Tali attacchi al cuore dell’Europa ci hanno ricordato che ciò per cui combattia- mo è il modo di vivere europeo. Un’Europa che difende è un’Europa che protegge, dentro e fuori i nostri confini. Questo è il nuovo peacekeeping.