Geopolitica e crisi internazionali: analisi e sfide

Garantire la sicurezza è uno dei più grandi problemi con cui dobbiamo confrontarci oggi e che genera un disperato senso di paura e inefficacia. L’insicurezza deriva dall’incapacità di governare la globalizzazione, ovvero l’integrazione delle attività economiche, sociali, umane. Dopo la fine del secolo scorso, non abbiamo saputo ritrovare la capacità di controllo degli equilibri regionali e nazionali che avevamo creato. A ciò si aggiunga la crisi del sistema liberal-democratico, il nostro modello di riferimento, dovuta alla crescente difficoltà di assicurare la tenuta del livello di welfare. Una difficoltà che ha messo dunque in ginocchio la democrazia. È curioso infatti che la crisi economica è andata aggravandosi proprio nel momento in cui abbiamo preso atto della sconfitta del tentativo di esportare la democrazia. In secondo luogo abbiamo assistito ad una crisi del modello di pace esemplificato dall’Unione Europea. Le realtà cooperative su di essa modellate, come l’Unione Euroasiatica o l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai non sembrano in grado di promuovere la pace, piuttosto sembrano favorire la guerra.

Questa crisi di modelli incide potentemente su di noi e amplifica la percezione dell’insicurezza che vede il ritorno dei muri anche in Europa. Erigere un muro è sempre un indicatore di debolezza, un estremo tentativo di difendere un confine che prima o poi sarà travolto. All’epoca delle grandi migrazioni dai Balcani non abbiamo eretto muri, per la percezione della nostra forza, delle nostre capacità e per l’ottimismo rispetto alla possibilità di affrontare nuove minacce, sulla base dell’esperienza passata.

Viviamo dunque in un periodo di grande permeabilità delle frontiere, che non difendono più i vecchi stati nazionali neanche quando sono accompagnate da grandi muri. Le guerre ed i conflitti hanno generato fame e distruzione muovendo enormi masse della popolazione mondiale che non sono solo migranti economici sono esseri umani in fuga. Dobbiamo abituarci a pensare che le carestie e la fame sono a tutti gli effetti delle armi di guerra, ed i morti sono pertanto morti di guerra. Basti pensare alle recenti previsioni delle Nazioni Unite, che paventano 20 milioni di morti per fame in solo 4 paesi del mondo, ovvero Kenya, Yemen; Sud Sudan e Somalia. Non possiamo non occuparcene, non possiamo far finta che le guerre non esistano e che potremo governare solo alcune isole di benessere.

Fintantoché non riusciremo a governare l’ordine globale accettando le conseguenze globalizzazione economica, sociale e delle informazioni, non saremo in grado di governare adeguatamente e di provvedere alla sicurezza dei nostri “ordini interni”, dei nostri sistemi interni di governo. Dobbiamo dunque preoccuparci di costruire un sistema di governabilità a livello mondiale che poggi in primo luogo sui paesi che hanno più capacità. Questo non sarà un impegno altruistico ma di autodifesa e di affermazione dei nostri principi e valori, i soli che prima d’ora hanno favorito la tolleranza e l’umana accettazione.