Geopolitica e crisi internazionali: analisi e sfide

Il mondo di oggi è in continua e repentina evoluzione: faide storiche si stanno rianimando, posizioni di sudditanza diventano posizioni di dominanza. Mentre conviviamo con l’incertezza del futuro, siamo chiamati a sviluppare il pensiero laterale per affrontare questa effimera realtà multiforme. È nostra responsabilità, dunque, capire come gestire questo tempo storico.

Sino alla fine della guerra fredda, la presenza di un nemico ben definito e la sostanziale prevedibilità delle sue azioni e reazioni, dava un senso di maggiore sicurezza: non poteva accadere l’imprevedibile. Tuttavia, alla fine del secolo scorso, lo scenario delle relazioni internazionali è mutato radicalmente.

L’11 settembre rappresenta un punto di cesura nella storia recente, segnando l’inizio dell’epoca dell’incertezza e dell’imprevedibile. L’incertezza a sua volta ha alimentato le crisi e l’instabilità. Il problema della stabilità delle aree ai nostri confini tocca ciascuno di noi in termini reali e si riflette nella vita delle nostre città, quanto sulla nostra percezione di sicurezza. Stiamo vivendo un periodo di grandi cambiamenti e di conflittualità in aree che sono di considerevole interesse per la nostra società. Dobbiamo necessariamente dare un contributo alla stabilizzazione, che deve essere garantita usando tutti gli strumenti possibili, compreso quello militare, se necessario. In tal senso, il peacekeeping deve configurarsi come un intervento di tutta la società nelle sue componenti, al fine di creare stabilità e di ricondurre ad una condizione di convivenza pacifica quelle aree in cui questo non c’è più.

Già durante le guerre dei Balcani occidentali, il principio di intangibilità dei confini, pilastro fondamentale della politica internazionale, fu messo in discussione causando un numero di morti non molto diverso da quello che oggi, purtroppo, siamo costretti a contare in Siria. Dopo 18 anni di operazioni in Kosovo, ci sono ancora 5000 uomini della Nato per evitare che possano riaccendersi i conflitti assopiti.

Similmente, ci siamo trovati a constatare con preoccupazione, che anche un alleato può ben presto diventare un nemico. Basti pensare alla Turchia, che fino a qualche anno fa era considerata come un potenziale partner strategico per l’Unione Europea, e che oggi invece appare piuttosto come una minaccia. Sul fronte mediorientale è in atto una lotta per l’egemonia regionale, che coinvolge Turchia Iran e Arabia Saudita, e di cui l’ISIS è soltanto un sintomo.

Infine dobbiamo considerare l’instabilità della situazione libica. La Libia non è mai stata un vero e proprio stato, piuttosto un Paese abitato da popolazioni eterogenee e scarsamente integrate tra loro. Siamo stati noi a volerla unificare, poi noi abbiamo distrutto il sistema eretto da Gheddafi che pure garantiva una certa coesione, e siamo noi oggi a volere che la Libia torni ad essere uno stato unico. Purtroppo dobbiamo riconoscere che è impossibile, e che le nostre categorie istituzionali non possono essere estese al contesto libico.

Al contrario è opportuno che ci sforziamo di sviluppare nuovi metodi, nuovi approcci ai problemi, elaborando soluzioni fuori dagli schemi tradizionali e dunque contrastando la nostra connaturata tendenza a pensare che l’attimo presente sia eterno e che ogni cosa si ripeta sempre uguale a sé stessa nel tempo. Abbiamo bisogno del pensiero laterale, di aprire la mente a 360°, e siete voi giovani a portare il peso di questa nuova fondamentale sfida.