Gestione delle Crisi Internazionali: Elementi di un Comprehensive Approach

Negli ultimi venti anni il modo di fare sicurezza si è modificato. Dobbiamo considerare almeno 2 fallimenti della comunità internazionale, di carattere più politico che tecnico, che si sono verificati più o meno contemporaneamente: ovvero gli interventi in Somalia ed in Bosnia avvenuti tra il 1992 ed il 1994. Si tratta di due missioni gestite dall’ONU per le quali si riteneva che sarebbe bastato intervenire con la forza militare, mentre la situazione era completamente diversa da quella che si era immaginata. Abbiamo smesso di fargli fare la guerra, ma non siamo riusciti a ricostruire i paesi.

Questi due avvenimenti hanno indotto la comunità internazionale ad interrogarsi e da allora è andato strutturandosi il concetto oggi spesso abusato di un comprehensive approach, con cui si intende l’utilizzo di tutti gli strumenti possibili a disposizione e nel migliore dei modi.

Esistono molteplici modalità di intervento in scenari complessi, tuttavia vi sono degli elementi condivisi dalle diverse situazioni di crisi. Nella fase cosiddetta pre-crisi si persegue la strada della negoziazione al fine di trovare una soluzione pacifica. Laddove la diplomazia ed il dialogo non sono sufficienti si rende necessario l’intervento con la forza, ovvero un intervento di peacekeeping, che in genere è seguito da operazioni di peace support e peace building, utili a ricostruire le strutture istituzionali che fanno funzionare il paese oggetto di intervento e servono a prevenire eventuali recrudescenze dei conflitti.

Queste tre fasi che abbiamo elencato si avvalgono di diversi strumenti: militari, di polizia, politici (inviato speciale delle Nazioni Unite, formazione di gruppi di contatto, la troika), di capacity building (mentoring, monitoring, advicing, security sector reform). Gli strumenti politici si basano chiaramente sulla credibilità di coloro che li adoperano: la capacità di incidere degli inviati speciali, dei rappresentanti nazionali e internazionali dipende dalla fonte che attribuisce loro il mandato e dalla credibilità che ad essa viene riconosciuta. In alcuni conflitti, per esempio, è più efficace l’intervento di paesi terzi sulla base di relazioni bilaterali piuttosto che l’intervento di organizzazioni internazionali. Inoltre, è opportuno tenere a mente che, a prescindere dalle peculiari situazioni di intervento, non è sufficiente dividere i contendenti, ma è necessario impegnarsi a creare un ambiente sicuro per consentire alle istituzioni di poter operare regolarmente e per mettere la popolazione nelle condizioni di vivere in sicurezza.

In passato si faceva affidamento esclusivamente sull’uso della forza, ma la foto simbolo della rivolta di piazza Tienanmen e della repressione del 5 giugno 1989, in cui un ragazzo ritto in piedi, nella mano sinistra la giacca a penzoloni, nella destra due sacchetti di plastica della spesa, sfidò i tank fermi uno dopo l'altro in fila indiana, mostra chiaramente il problema fondamentale del peacekeeping: la risoluzione dei conflitti non richiede necessariamente l’uso di una forza eccessiva, ma strumenti proporzionati. I carrarmati avevano senza dubbio una forza smisurata rispetto all’esile ragazzo che li fronteggiava eppure furono inutili a domare la sua protesta.

In Bosnia la Nato comprese che gli aspetti relativi alla sicurezza non erano gestibili esclusivamente con le forze militari. Le forze di polizia erano in fase di ristrutturazione, tuttavia non erano ancora capaci di gestire l’intero spettro delle attività di sicurezza. Inoltre la Bosnia era un paese multietnico: basti pensare che la città di Srebrenica era abitata da Bosniaci, ma controllata dalla polizia serba. Proprio la differenza etnica generava un problema di credibilità delle forze dell’ordine rispetto alla popolazione. Bisognava schierare una forza di polizia che potesse realmente coprire il gap esistente tra forze militari in eccesso e forze di polizia locale insufficienti. Peraltro, la comunità internazionale ha sempre vantato di aver facilitato la coesistenza e l’integrazione tra i diversi gruppi etnici mediante la costituzione di scuole multietniche. Però non viene detto che, benché serbi e bosniaci (croati) frequentino le stesse scuole in genere sono separati in classi diverse. Questo esempio ci dà la cifra di quanto i cleavages di natura etnica siano rilevanti, per cui l’unica possibilità per superare tali fratture è formare al dialogo ed alla tolleranza le generazioni di giovani che tendenzialmente guardano al futuro e non vivono il passato della rivalità etnica, che per ogni famiglia ha generato una storia di morti da raccontare.

Un altro problema da tenere in considerazione nella gestione delle crisi internazionali è il tempo: la pianificazione a breve termine che caratterizza gli interventi internazionali, previsti al massimo per la durata di tre anni, eventualmente estendibili, rappresenta un limite consistente per le missioni di pace. Le strategie di intervento sono tarate su un preciso e breve termine temporale nonostante nella maggior parte dei casi il mandato per la missione venga rinnovato più volte. Infine bisogna sempre tener presente il rispetto del paese colpito dalla crisi, nel quale si interviene: va rispettata la cultura in tutte le sue espressioni, dunque religione tradizione, legislazione ed ambiente sociale. Se non si comprendono gli interlocutori qualsiasi intervento porterà ad un fallimento. Le operazioni internazionali, che comunque hanno un carattere invasivo, non possono radicalmente modificare le abitudini culturali di un Paese ed i convincimenti profondi propri delle popolazioni a favore delle quali si interviene.