Il futuro dell'Unione europea

La saggezza di chi ha predisposto il presente “panel” ha inteso affiancare, agli illustri oratori che – per profonde convinzioni personali e per funzioni – hanno avuto o hanno tuttora un profondo coinvolgimento emotivo nella costruzione europea, qualcuno che, non avendo fruito di un’esperienza diretta del funzionamento dell’Unione europea, ha mantenuto da essa una certa distanza intellettuale ed emotiva. Riconosco che il coinvolgimento emotivo permette spesso di giungere al cuore di una situazione o di un problema. Ma la distanza può anche consentire un approccio investigativo diverso, forse più critico, ma che si integra nella presentazione di quella grande costruzione europea che costituisce uno degli sviluppi più sorprendenti e positivi che la seconda metà del ‘900 potrà offrire agli storici futuri. Mi accingo pertanto a parlare con accenti di sincerità e realismo.

L’Europa vive oggi una crisi esistenziale, nel senso che dal suo esito dipenderà certamente il futuro dell’Unione. In questa crisi esistenziale l’Italia purtroppo può giocare un ruolo di potenziale, divisiva complicazione almeno su due piani, quello economico-finanziario e quello migratorio.

Dal primo punto di vista, il problema dell’Italia è duplice. L’Italia, dopo la Grecia, è il Paese che è stato più colpito dalla crisi del 2008, crisi che è lungi dall’essere stata riassorbita. Indico tre dati: il PIL è ancora lontano dall’aver recuperato i 10 punti percentuali che ha perso sin dall’inizio della crisi. La produzione manifatturiera è ancora al di sotto di circa il 20% rispetto ai livelli del 2008. La disoccupazione veleggia intorno al 12% e quella giovanile si avvicina al 40%. La prospettiva è che l’orizzonte di sviluppo dell’Italia – complice anche una mai smentita “stagnazione secolare” – si appiattisca su tassi di crescita reale non superiori, o comunque intorno, all’1%. Il che pone stabilmente il nostro Paese nella retroguardia europea. Con queste prospettive l’Italia difficilmente potrà affrontare con qualche spiraglio di successo i grandi problemi di crescente arretratezza che la contraddistinguono.

Il secondo aspetto della problematica economico-finanziaria è il debito pubblico che al 133% del PIL è alla lunga insostenibile. L’Italia è in una situazione soddisfacente, relativamente alle regole europee, per quanto riguarda il deficit che è al di sotto de 3%, ancorché il dibattito di questi giorni tra Commissione europea e Governo italiano si accentri proprio sul deficit. L’Italia in effetti ha enormi difficoltà a ridurre il deficit strutturale e giungere al pareggio di bilancio, che è d’altronde contemplato in una norma costituzionale varata dopo la sottoscrizione degli accordi del 2012. Il vero problema è, tuttavia, il debito complessivo cumulato che l’Italia, come tutti gli altri Paesi membri, si è impegnata a ridurre nell’arco di un ventennio al 60% del PIL. Ma per giungere a tale risultato bisogna contestualmente tendere a ridurre a zero, come prima detto, il deficit (il che comporta necessariamente una sostanziosa riduzione della spesa pubblica) ed affrontare risolutamente lo stock del debito: o con una incisiva patrimoniale o con una cospicua messa sul mercato di beni pubblici. Ipotesi entrambe difficilmente perseguibili. Per altro verso, la possibilità di ridurre il rapporto debito/PIL è connessa con un aumento apprezzabile del PIL reale (2-3%) e con un tasso di inflazione che superi anche il target della BCE che è intorno al 2%. Alla realizzazione di queste due ipotesi si oppongono quelle che si possono definire “constraints” che, per un motivo o per un altro, prevalgono attualmente a Bruxelles e soprattutto a Berlino. Legittimo è pertanto porsi il quesito se il prolungarsi indefinito di tale situazione di crescita anemica e di incapacità di ridurre il debito sia compatibile con la coesione dell’Unione europea. L’Italia è pertanto divergente dall’Europa continentale per le proprie storiche debolezze e fragilità.

L’altro grande problema di divergenza – questa volta per una sorta di fedeltà ad una qualche superiorità morale – riguarda le migrazioni. È questo un tema che solleva aspetti politici, geopolitici e soprattutto di principio e di valori. L’opinione pubblica prevalente in tutti i Paesi dell’Unione volge verso atteggiamenti di severa restrizione se non di chiusura. Ne fanno fede l’accordo con la Turchia, fortemente voluto dalla Cancelliera Merkel, la circostanza che la rotta balcanica è stata di fatto sigillata e la sospensione del sistema Schengen. L’unico Paese che ha una rotta sostanzialmente aperta verso le proprie coste è l’Italia con il Mediterraneo centrale, luogo di transito l’anno scorso di oltre 180 mila persone e tomba fatale per oltre 4 mila migranti. Forti dei nostri principi pretendiamo giustamente che l’Europa concorra ad aiutare l’Italia non solo economicamente ma anche con l’accettazione di una equa distribuzione di coloro che arrivano, soprattutto dei richiedenti l’asilo. Sappiamo in realtà quale sia la reazione dei Paesi membri dell’Europa orientale e, con atteggiamenti meno dirompenti ma nella sostanza identici, di quasi tutti gli altri Paesi. O si trova una soluzione comune che salvi l’Italia (e la Grecia) o l’Unione è destinata ad implodere.

Non ho ovviamente soluzioni semplici e sicure da proporre: bisognerà comunque attendere la conclusione delle tornate elettorali previste. Ma, relativamente alle questioni economico- finanziarie dell’Italia, mi permetto di evocare e di invocare la individuazione sul piano europeo di un approccio di flessibilità, cooperazione e solidarietà quale quello che si era creato in Europa, nei formidabili anni “Trenta gloriosi”, tra capitale, classe operaia e classe media: grazie a circostanze eccezionali e a mutua comprensione si era trovata una formula che contemperava gli interessi di tutti i settori della società. Approccio questo che è stato emarginato, se non del tutto neutralizzato, dal neo-liberismo. E per altro verso, in materia segnatamente migratoria, bisognerebbe ritrovare un linguaggio della realtà e della verità, riducendo di molto i toni della retorica e dell’ipocrisia, che sono “consustanziali” con l’arte del governo e l’esercizio del potere ma che, se applicati con dosi eccessive, rischiano di incrinare e destrutturare istituzioni che pur vanno apparentemente nel senso della storia. Temo che l’Unione europea a questo riguardo abbia raggiunto livelli di guardia.